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Intervista a Paolo Tarsi

Intervista a Paolo Tarsi

HP: La rubrica “L’artista racconta” ha il piacere di ospitare il pianista, organista e compositore Paolo Tarsi. La redazione di HamelinProg.com ti ringrazia per aver accolto l’invito!

P.T.: Grazie a voi, è un vero piacere!

HP: Partiamo dal principio: quali sono stati i primi “passi musicali” di Paolo Tarsi?

P.T.: Ho iniziato a comporre molto presto, già da bambino, anche se in un primo momento sembravo essere orientato più verso le arti visive. In entrambi i casi, era un po’ come avere a portata di mano un universo parallelo, un mondo in cui poter evadere. Nel tempo è rimasta solo la musica, qualcosa a cui, oggi come allora, non saprei rinunciare. Anche solo come semplice ascoltatore.

HP: Tra le numerose attività da te svolte troviamo: composizioni di musiche per importanti mostre d’arte, perfomance e installazioni per gallerie e musei d’arte contemporanea, specializzazione nella composizione di colonne sonore per il cinema con il premio Oscar Luis Bacalov, collaborazioni con musicisti dell’attuale scena elettronica, jazz e rock, e molto altro ancora. Come riesci a conciliare esperienze così diverse tra loro?

P.T.:  Grazie ad autori come Fausto Romitelli, John Cale e il primo Terry Riley, ho capito che le musiche di cui mi nutrivo, e che prima vedevo come separate, erano in forte relazione tra loro, non c’erano barriere. Per incanto avanguardia, musica elettronica, rock e certo progressive si ritrovavano, rifiutando banali crossover, in una sintesi più profonda dove 1+1 produce di nuovo 1.

HP: Il tuo debutto discografico risale al 12 gennaio 2015 quando la Trovarobato Parade pubblica “Dream in a landscape”, disco dedicato alle figure di John Cage e Marcel Duchamp, realizzato in collaborazione con il duo elettronico Fauve! Gegen A Rhino. Ti va di illustrarci questa tua prima pubblicazione?

P.T.:  John Cage è un po’ sulla bocca di tutti anche se in pochi conoscono in maniera più approfondita il suo lavoro. Anzi, molto spesso, non di rado anche tra musicisti, ho notato che si parla della sua musica e delle sue innovazioni in maniera molto superficiale. Con questo disco volevamo confrontarci con il volto meno sperimentale di Cage che già con questi due soli brani, “Dream” e “In a landscape” (entrambi del 1948), si sarebbe guadagnato di diritto un posto nella storia della musica americana. Piaccia o no, Cage è diventato a tutti gli effetti anche un’icona pop; lo sa bene David Sylvian che è riuscito a creare una delle sue canzoni più belle grazie ad alcuni frammenti tratti dalle “Sonatas and Interludes”. Cage e Duchamp saranno ancora al centro di un nuovo album realizzato con i Fauve! Gegen A Rhino, “Loops in Cage”, nato direttamente dalle sessions di “Dream in a landscape”, in uscita all’inizio della prossima estate.

HP: Il 22 giugno 2015 viene pubblicato per la collana POPtraits Contemporary Music Collection di Cramps Music e l’etichetta Rara Records il primo lavoro a tuo nome, “Furniture Music for New Primitives“, album basato sugli scritti di William S. Burroughs che noi di HamelinProg.com abbiamo avuto il piacere di recensire qualche mese fa. Ci puoi chiarire il concept di questa musica d’arredamento per nuovi primitivi?

P.T.:  Oggi, se ci si fa caso, il massimo che riusciamo a concederci è un ascolto distratto, quasi pornografico. Non solo i tempi di valutazione di un nuovo brano durano meno di un clic, ma anche gli stessi rapporti umani sono destinati a una rapidissima scadenza. Tutto sembra ruotare attorno alle nostre ossessioni e dipendenze digitali: twitto, ergo sum. Ed ecco comparire in bella mostra i nostri lati più privati accompagnati da un’ostentazione di ciò che un tempo non avremmo mai osato rivelare, nemmeno sotto tortura. Nevrosi, assuefazioni varie e una vetrina frenetica dei nostri peggiori vizi ci restituiscono uno specchio di chi siamo oggi e della nostra anima collettiva. Al vertice di tutto scopriamo teocrazie mai sepolte e democrazie mai realmente nate e ci accorgiamo che sono due lati di una stessa medaglia a cui mancano gli anticorpi per impedire stragi in nome di Allah, per scongiurare altri altari in cui far troneggiare preti pedofili, o per frenare la corsa verso la Casa Bianca di un uomo come Trump.  Ecco, non sembra anche a voi che siamo sprofondati di colpo molto indietro, come dei neoprimitivi, alle soglie di quest’era liquida? Quarant’anni fa, nel 1977, avevamo problemi molto simili a quelli attuali. Allora, di fronte alla crisi economica, ai programmi scolastici datati, al disfacimento del mondo del lavoro, lontani dai social i giovani combattevano insieme nelle strade, organizzavano proteste vere, non timidi post virtuali! Certo, non rimpiango il clima di violenza o gli scontri a fuoco che hanno caratterizzato quegli anni, anche se posso comprendere le ragioni di quelle dure battaglie pur non avendole vissute in prima persona. Quello che non posso accettare è il totale appiattimento di chi oggi è stato derubato del proprio futuro. Penso ai più giovani, ma anche a chi, con una misera pensione, è costretto sempre più spesso a passare gli ultimi anni della propria vita in un paese dell’Est o altrove. Resta un’unica costante, quella di una pseudo sinistra che non smette mai di tradire le speranze del suo popolo. Ieri gli inganni di un PCI che accettava la ristrutturazione capitalista, oggi i tweet di Renzi-Gentiloni e del loro “governo del fare” bene alle banche, dimenticandosi delle fasce più deboli. Spero in un futuro con pari opportunità per tutti, non solo per un’élite esclusiva di facoltosi o, peggio ancora, di raccomandati. Ma per far sì che ciò si avveri dobbiamo tornare a far sentire la nostra voce di nuovo in piazza, con più generazioni unite mano nella mano.

HP: Tra i numerosi artisti che hanno collaborato alla realizzazione dell’album figurano: Paolo Tofani, Enrico Gabrielli e i Junkfood 4tet. Ti va di spendere qualche parola su questi straordinari artisti?

P.T.: Ripenso sempre con grande affetto a tutte le collaborazioni artistiche che ho avuto; con molti di questi musicisti, accomunati tutti da un’indiscussa professionalità, oltre che da una grande generosità, è nata un’amicizia e questo è stato un arricchimento ulteriore per il mio lavoro e per la mia vita.

HP: L’album è stato molto apprezzato da Miro Sassolini – ex cantante dei Diaframma, una delle voci più amate della New Wave italiana – che dopo averlo ascoltato ti ha coinvolto nella realizzazione del brano “L’attesa del canto” in collaborazione con Gianni Maroccolo. In che modo hai accolto questo invito e qual è stato il tuo effettivo contributo?

P.T.: Si tratta di un brano incompleto che Miro aveva chiuso nel cassetto e che strada facendo si era un po’ arenato. Al suo lavoro, che parte da sovrapposizioni di linee vocali, motivo per cui richiede un approccio particolare e impegnativo, si è aggiunto poi il ruggito del basso di Gianni Maroccolo. Lui è uno dei miei musicisti preferiti, devi sapere infatti che i primi Litfiba sono da sempre nel mio cuore. Per completare la canzone sono stati presi in considerazione alcuni importanti tastieristi, ma per qualche ragione il brano non ha preso forma fino al mio intervento che, a dire di Miro, è stato fondamentale. Ed è così che, partendo dalle mie tastiere, Miro ha preso spunto per la sua linea vocale.

HP: Ci sono aneddoti particolari legati alla realizzazione di “Furniture Music for New Primitives” che ti va di condividere con noi?

P.T.: Quando iniziai a scrivere le musiche del disco mai avrei pensato di collaborare con i miei musicisti preferiti né, tantomeno, con una parte della Cramps “storica” e di oggi. Ma mi torna in mente anche un episodio, a suo modo divertente, legato a un live. La scorsa estate sono stato invitato a suonare a una rassegna in cui la mia musica, a detta degli organizzatori, avrebbe fatto da collante sonoro alla manifestazione. Una volta sul posto mi ritrovai ad esibirmi in un circo tra giocolieri, artisti di strada e mangiafuoco! Gli organizzatori, pensai, dovevano aver colto un aspetto della mia musica che decisamente non avevo previsto. Probabilmente avranno riconosciuto, in filigrana, nel collage di copertina realizzato da Luca Domeneghetti alcuni riferimenti all’arte circense. Un mondo, a dire la verità, di cui non sono un grande estimatore, se non altro per come vengono trattati gli animali. Mi è sembrato tutto così surreale che, ricordo, a fine serata non ho voluto nemmeno essere pagato. Atmosfere felliniane, non a caso eravamo a Rimini.

HP: Il 22 dicembre 2016 la Coward Records pubblica un tuo mini-EP intitolato “Petite Wunderkammer”. Quali sono i tratti distintivi di questo nuovo lavoro?

P.T.: Si tratta di tre brani che offrono altrettanti modi possibili di intendere la sperimentazione o, almeno, dei territori che il mio linguaggio può toccare. Dall’avanguardia all’elettronica, con abbagli noise fino a un immaginario ascrivibile al mondo delle colonne sonore. Il tutto convive in un equilibrio sottile, eppure perfettamente coerente e ben saldato tra le parti.

HP: I brani di questo mini-EP nascono dal lavoro svolto in collaborazione con il chitarrista Giacomo Baldelli e il rapper Zona MC. Come riesci ad arricchire di nuovi spunti il tuo già personalissimo linguaggio musicale?

P.T.: Mi sono concentrato a lungo su un’idea di suono che non fosse vincolata strettamente a un determinato ambito o genere. Per questo non so mai rispondere brevemente alla fatidica domanda: «che musica fai?». Io la definisco avant pop, una formula che racchiude al meglio tutti i miei orizzonti. Ad ogni modo ritengo fondamentale, in un brano, individuare fin dalle prime note la firma dell’autore sempre presente e ben riconoscibile. Era e resta uno dei miei obiettivi e mi fa piacere, da quello che mi dicono, che si senta, sia che si tratti di una canzone o di uno dei miei brani più sperimentali.

HP: Le tue numerose collaborazioni con artisti visivi, registi e fotografi pone l’accento sui ricercati artwork che accompagnano le tue opere discografiche. In che modo hai maturato il tuo immaginario artistico e quali sono (se ci sono) le fonti a cui hai attinto?

P.T.: La musica, come il cinema, è una forma d’arte in continuo divenire e, a differenza di un dipinto, non è possibile coglierla nella sua interezza in un unico istante. Per questo mi concentro su delle immagini che possano catturarne l’essenza in un unico fotogramma. Per il collage di “Furniture Music for New Primitives“, creato dall’artista Luca Domeneghetti, sono stati fonte di ispirazione i libretti contenuti all’interno dei vinili realizzati dalla Hipgnosis, la Pop Art italiana e francese, così come le copertine firmate da Gianni Sassi per gli Lp della Cramps. Ma anche materiali cartacei trovati, come vecchi manifesti appesi in giro per le strade di Gorizia nascosti sotto strati e strati di altre vecchie – a volte quasi “antiche” – locandine (in particolare ne ricordo una su Fausto Romitelli), tra collage e de-collage. E ancora: il cinema underground italiano degli anni ‘60/’70 (Brocani, Gioli e Tambellini) insieme a John Cage, Brian Eno, la ruota di Duchamp, Marina Abramović e Ulay, René Clair, Fellini, il lettrismo, le collane dell’Urania, Ferenc Pinter, Roman Cieslewicz, Jean Tinguely e le sue macchine inutili. Burroughs, volontariamente o meno, sembra viverci dentro. Da lui ho capito soprattutto come articolare i brani in una struttura molto precisa. Blade Runner e il mondo fluttuante delle antiche stampe giapponesi dell’Ukiyo-e hanno ispirato invece l’artwork di “Petite Wunderkammer”.

HP: Cosa dobbiamo attenderci da Paolo Tarsi per il prossimo futuro?

P.T.: Sto lavorando a un nuovo album che, in un certo senso, prenderà forma in continuità con alcune tematiche toccate in “Furniture Music for New Primitives“, mentre musicalmente sarà un lavoro folgorato dai suoni dell’elettronica. È il mio progetto più importante e impegnativo, per cui se poi scoprirò di non avere più nulla da dire sarà il mio addio alla musica, senza troppi rimpianti! (ride, ndr)

HP: Ti ringraziamo per l’estrema disponibilità e ti congediamo chiedendoti, se ti va, un consiglio spassionato per noi della redazione di HamelinProg.com.

P.T.: In realtà non credo ne abbiate particolare bisogno, fate già un’ottima informazione! Piuttosto avrei una raccomandazione da rivolgere ai lettori. L’invito è di sostenere il lavoro degli artisti e degli editori indipendenti, altrimenti di una parte importante della Cultura – quella libera, per intenderci – non resterà altro che la sua forma liquida. Utilissima se affiancata al supporto fisico, inutile e dispersiva se isolata da quest’ultimo. Perché un file nella nostra memoria dura meno del tempo di un respiro e ciò che non ha forma e carattere segue la corrente. Ma l’arte non deve accodarsi mai, nel suo DNA ha forte l’impulso irrefrenabile di segnare nuovi traguardi e, come la politica, non può essere relegata a fini esclusivamente utilitaristici e commerciali, tradirebbero entrambe la loro natura.

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