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Coscienza di Zeno, La – La notte anche di giorno

La Coscienza di Zeno (2015) La notte anche di giornoLA COSCIENZA DI ZENO

La notte anche di giorno (2015)

AltrOck/Fading Records

 

Tra le più interessanti realtà della nuova scena progressiva italiana vi è sicuramente La Coscienza di Zeno, band genovese capace di sfornare in meno di quattro anni tre micidiali album di puro rock progressivo italiano: l’omonimo album nel 2011, “Sensitività” nel 2013 e appunto La notte anche di giorno, pubblicato per AltrOck/Fading Records il 31 gennaio 2015. In occasione di questo terzo lavoro l’ensemble composto da Gabriele Guidi Colombi (basso), Andrea Orlando (batteria, percussioni), Alessio Calandriello (voce), Stefano Agnini (tastiere), Davide Serpico (chitarre), Luca Scherani (tastiere) e Domenico Ingenito (violino) è allargato e arricchito da ospiti illustri come Simona Angioloni (Höstsonaten, Aries) alla voce, Joanne Roan (Höstsonaten) al flauto e Melissa Del Lucchese al violoncello.

Per meglio comprendere i risvolti poetici di quest’opera, Stefano Agnini, visionario autore di tutti i testi, ha illustrato a suo modo le drammatiche ambientazioni in un racconto surreale che combina sapientemente letteratura, mitologia, folklore e musica. Da questo immaginario emerge la creatura dai capelli di rami frondosi, agghindati di ghiande, che con la mano sinistra, femminile e lunare, tiene sollevato un lembo di mare, ritratta nell’immagine di copertina dall’illustratrice Priscilla Jamone.

La notte anche di giorno si articola in due lunghe suiteGiovane figlia e Madre antica – che, come in un vinile degli anni ’70, occupano con i loro venti minuti di colori, combinazioni e visioni un “lato” ciascuno. L’opera vuole essere un omaggio a due diverse figure femminili – una giovane ragazza suicida e una centenaria scultrice partigiana – accomunate da un senso di malinconico dolore che le ha portate ad abbandonare lo stato del “pieno” per approdare a quello del “vuoto”.

Giovane figlia

La suite è liberamente ispirata e dedicata alla figura di Serena Zaiacometti, ragazza dalla bellezza androgina che le inquiete ombre del male oscuro hanno spinto a compiere un gesto estremo. Agnini, che della suite è autore anche delle musiche, affronta nelle sue liriche il delicato tema con versi poetici che commuovono e nel contempo pongono dolorosi interrogativi.

L’epilogo di un’esistenza tormentata è racchiuso nei metaforici versi iniziali “Altalena vuota su cui dondoli, / sospesa in aria come un aquilone senza filo…”, che fanno di A ritroso una poesia nera e malinconica. La voce di Calandriello non tradisce emozione limitandosi a seguire un copione già svelato. Mentre tastiere nocenziane e violino provano a dare lampi di vivacità, le robuste marcature di chitarra, basso e batteria dettano le continue variazioni umorali del pezzo.

Con Il giro del cappio si consuma l’episodio più toccante della suite (e forse dell’intera opera). Gli struggenti versi colpiscono al cuore e allo stomaco confermando la raffinatissima cifra stilistica di Agnini. All’ambiguità dei primi passaggi “In questa notte che splende anche di giorno / tu, caro amico, aspetti il suo ritorno / ma non provare gelosia se lei ha scelto quella via, / la sua aura di energia c’è ancora.”, segue una mesta rivelazione fatta di interrogativi ed invidie “Per questo ora mi chiedo / quale parte di te abbia acceso la miccia. / E di voi tutte chi ha appeso / il giro del cappio / a cui lei si è concessa / stringendolo a sé.”, che raggiunge toni drammatici nel passo “Nessuno saprà mai se hai urlato / oppure riso o bestemmiato. / Credo che sia solamente / stato un caldo abbraccio ruvido.”. Ma se il testo di Agnini gonfia gli occhi, l’espressiva interpretazione di Calandriello è da pelle d’oca, sottolineata in maniera didascalica dalle tastiere del duo Scherani/Agnini. La straordinaria chitarra di Serpico e il violino di Ingenito enfatizzano la liricità del brano, mentre l’ottimo lavoro ritmico di Guidi Colombi e Orlando aggiunge calore e profondità.

In Libero pensatore le soluzioni barocche e bacaloviane di archi e tastiere si alternano alle vivaci aperture neoprogressive di synth e chitarra, con quest’ultima sempre intenta a rimarcare il mood nostalgico del brano. Inizialmente il testo abbozza il ritratto di un amico della protagonista, per poi tornare a tracciare il profilo della giovane donna nei versi “lei era strana, come se stesse male, / però in compagnia ci sapeva stare / era brillante se voleva / quanti uomini stendeva / la malalingua disse: “È bella si, / ma per me lei non c’ha tutti i venerdì”. ” Nel finale c’è spazio anche per brevi spunti canterburyani nei prolungati fraseggi tra violino, tastiere, synth e chitarra.

La breve Quiete apparente è una sfrenata corsa nella quale si concentra tutta la vitalità del miglior progressive italiano anni ’70, che funge da rampa di lancio per la successiva Impromptu pour S.Z., improvvisazione strumentale (con chiara dedica) nella quale si fanno largo le istanze jazz rock/tango di Scherani e Ingenito, ai quali nel finale si aggiunge anche la solenne chitarra di Serpico.

La suite si chiude con Lenta discesa all’Averno, traccia strutturata su due parti distinte ma complementari che affrontano differentemente i tormenti interiori della protagonista e il tema della violenza sulle donne.

La prima frazione, più dura e diretta, è una lucida analisi delle cause che hanno portato ad un gesto così estremo. I versi “Lei vive di pensieri ripetitivi, / si identifica in quelli cattivi, / li alimenta finché, troppo grandi, / loro si prendono gioco di lei” e ancora “Dentro, c’è la notte anche di giorno / e l’estate è un lungo inverno. / Il pensiero è una mosca impazzita / che urta pareti e non può volar via.” delineano la psicologia della giovane donna, mentre nei successivi “Se hai deciso di volare nell’empireo, / di lasciare quell’involucro affannato, / di rinascere in un’altra dimensione / come non possiamo darti ragione? / L’Uomo non può giudicarti e nemmeno il tuo Dio.” se ne accetta la tragica uscita di scena con rabbiosa rassegnazione.

La seconda, invece, propone un’elegante rivisitazione de “La Blanche Biche” (La bianca cerbiatta), tradizionale danza medievale bretone che nasconde un risvolto tragico: l’incesto di una giovane donna simbolicamente raffigurata come una cerbiatta bianca. Sotto l’apparenza di un “sogno” una ragazza racconta alla madre le violenze che nella realtà è costretta a subire dal fratello: durante una battuta di caccia il fratello “abbatte” la bianca cerbiatta e la uccide, facendola puoi scuoiare e squartare. Nel sogno la ragazza prega la madre di difenderla dal fratello, ma la cosa si rivela inutile; lo stesso fratello, infatti, la fa servire in tavola al banchetto dei nobili, chiedendosi ipocritamente dove sia la bella sorella. A questo punto, però, i resti della cerbiatta si mettono a parlare dal piatto imbandito in tavola, rivelando la loro vera identità. A rendere onirica l’atmosfera della ballata sono proprio la straordinaria performance vocale della Angioloni, le dolci melodie del flauto della Roan e le delicate vibrazioni del violoncello della Del Lucchese, capaci di rendere etereo e delicato un tema così drammatico come quello della violenza sulle donne.

Madre antica

La suite è dedicata alla scultrice Bianca Orsi, staffetta partigiana durante la seconda guerra mondiale e in seguito artista con studi all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.

Ad aprire la suite è l’andatura marziale de Il paese ferito. Le stridenti e nervose incursioni degli archi, cui si sommano le oscure svisate dell’Hammond e le complesse spire frippiane della chitarra, rendono ancor più tragici gli espliciti richiami bellici del brano. Una breve tregua si consuma tra le morbide note di flauto e piano, mentre nella drammaticità lirica del violino rivivono come foto ingiallite gli stessi dolorosi racconti degli Stormy Six di “Un biglietto del tram”.

Nello stesso solco si muove anche la successiva Cavanella, i cui versi descrivono uno spaccato della condizione femminile in un’Italia dilaniata dalla guerra (“guardano di sottecchi le fanciulle in fiore / malignano tra loro e le chiamano galline. / Sono in quell’età in cui si cela l’interesse / e la repressione si trasforma in cattiveria.”) e umiliata dalla violenza nazifascista (“Scoppiano i rastrellamenti / alle donne non si fan complimenti. / Alle sorelle violentate / a quelle che son deportate / alle famiglie che son sterminate / diciamo che sarete ricordate / dentro il cuore e la mente dei cari”). La centralità delle liriche nell’economia dell’intero lavoro vede spesso la musica articolarsi in funzione della narrazione, con sviluppi insoliti che esaltano i contributi di ogni singolo strumentista.

La staffetta è la fedele trasposizione in musica della militanza partigiana della giovane Bianca. Infatti i versi “Quella bambina è cresciuta / e fa la staffetta sulla bicicletta / correndo nel sole di Salsomaggiore Terme. / Lei nasconde le armi / dentro la canna o sotto la sua tavolozza / perché il colore del sangue dev’essere / vero e nero e vero”  attingono direttamente dal vissuto della donna. Il vivace fraseggio iniziale tra chitarra e tastiere, attenuato dalla narrazione di Calandriello, alterna il passo con le melodie di violino, violoncello e flauto, capaci a loro volta di rievocare attraverso “immagini” musicali tutta la drammaticità del conflitto bellico. Nel finale è Scherani a lasciar fluire le poetiche note del suo pianoforte, riuscendo a raccordare i temi di entrambe le suite in un’elegante coda classica.

La conclusiva Come statua di dolore scava nelle memorie dei sopravvissuti alla disumana detenzione nei campi di rieducazione. L’inquietante ordine “Spogliatevi donne, alle docce!” risuona nella mente e gela il sangue nelle vene. Il legno che “genera statue che hanno il sapore di morte certa” sembra essere lo stesso utilizzato dalla scultrice per realizzare le sue opere dure e tragiche, testimonianza di un’epoca contrassegnata dalla più spietata sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Come già detto, la trattazione di temi così spinosi passa inevitabilmente attraverso un eclettico impianto musicale che cambia umore in funzione della narrazione. Perché La notte anche di giorno non è solo un ottimo album di rock progressivo italiano, ma anche due storie emozionanti e senza tempo che solo la grande tradizione musicale italiana è in grado di “raccontare”!

Per maggiori info: www.lacoscienzadizeno.it | facebook

Per ascoltare e/o acquistare l’album: bandcamp

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