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Mahavishnu Orchestra, The – The Inner Mounting Flame

The Mahavishnu Orchestra (1971) The Inner Mounting FlameTHE MAHAVISHNU ORCHESTRA

The Inner Mounting Flame (1971)

Columbia Records

 

Quando una band vede tra le proprie fila artisti del calibro di John McLaughlin (chitarra), Billy Cobham (batteria), Jerry Goodman (violino), Jan Hammer (piano) e Rick Laird (basso) è arduo trovare un modo per descrivere le loro straordinarie qualità, è difficile trovare parole differenti da quelle già spese (quantità incalcolabile) su di loro negli ultimi quarant’anni. L’unica cosa che si può fare è ascoltarli.

Dopo le varie collaborazioni degli anni ’60 e dei primissimi ’70, e dopo l’incontro con il guru indiano Sri Chinmoy che porta McLaughlin ad assumere il nome di “Mahavishnu”, ecco che l’estroso chitarrista inglese crea la “sua” orchestra: The Mahavishnu Orchestra.

È il 1971 e la band registra il suo primo album, The Inner Mounting Flame (sulla cover compare anche il nome di McLaughlin accanto a quello della band). L’opera è un vortice di suoni e colori che avviluppa l’ascoltatore e lo trascina in un viaggio tra jazz, rock, fusion, improvvisazione e influenze orientali: tutto è “piegato” alla volontà dei cinque musicisti. Protagonista indiscusso è lo stesso McLaughlin, la sua chitarra ha “carta bianca” e trascina dietro sé gli altri quattro elementi della band. Cobham è un indemoniato, spara colpi a raffica e tiene spesso testa al collega, così come Goodman e il suo violino sempre ispirato. Un gran lavoro lo svolgono anche Hammer e Laird. L’elevata maestria compositiva ed esecutiva della band si esplica alla grande sia nei brani “tirati” sia in quelli più “lenti” e intensi.

L’album si apre con Meeting of the spirits. Dopo un avvio che sembra quasi una chiusura di brano, i Mahavishnu Orchestra intraprendono il loro primo vorticoso viaggio. I protagonisti assoluti sono gli istrionici John McLaughlin alla chitarra e Billy Cobham alla batteria, soprattutto il primo s’incammina attraverso percorsi tortuosi senza fine. Non sono da meno gli altri musicisti, come Jerry Goodman e il suo violino cupo ma corposo, il quale s’intreccia alla grande con la chitarra, e Jan Hammer al piano nella seconda parte della composizione. Qui e là il profluvio sonoro e inframmezzato da situazioni ipnotiche.

Il riposo dei guerrieri (ma solo nella prima parte del brano). Con Dawn Cobham si limita inizialmente a “portare il tempo”, aggiungendo poco altro. Anche McLaughlin si trattiene dallo “strafare” creando un’atmosfera molto romantica, grazie anche all’aiuto di piano, violino e basso. Lo stesso McLaughlin però, col passare dei secondi, inizia ad aumentare i “giri” del suo strumento, sino ad esplodere (sembra quasi un assolo metal) insieme ai compagni di viaggio. Interessante l’intervento del violino di Goodman, una via di mezzo tra Giusto Pio e Lucio Fabbri.

L’elevato eclettismo della band si nota sin dalle prime battute di Noonward race. Il trascinatore principe è Cobham: la sua batteria “invasata” regala una quantità infinita di colpi caratterizzati da una precisione e una fantasia invidiabili. Poco dietro si piazza McLaughlin con i suoi volteggi hendrixiani alla chitarra. “Terzi classificati pari merito” sono il basso pulsante di Laird, il piano jazzato di Hammer e il violino “scanzonato” di Goodman.

Brano molto delicato e intenso è A lotus on Irish streams. Il soave violino di Goodman, grande protagonista del brano, ricorda le atmosfere di Saint-Preux. I fugaci interventi iniziali di chitarra acustica e piano rendono l’atmosfera ancor più solenne ed emozionante. Più avanti questi ultimi due avranno più spazio, il primo intrecciandosi anche con il violino, il secondo accentuando l’intensità della composizione. Riposo meritato per Cobham.

Vital transformation. Si riparte a spron battuto con Cobham e McLaughlin intenti a riprendere il discorso interrotto in Noonward race…e ci si ritrova in un nuovo rapido gorgo sonoro. Sempre ottima la prova corale con, solo per citarne uno, Goodman che si diverte a partecipare attivamente agli “isterismi” dei due protagonisti principali.

Un’atmosfera più cupa, creata dalla chitarra effettata di McLaughlin, occupa i primi minuti di The dance of Maya. Tale atmosfera è arricchita dalla batteria, meno “tirata” del solito e dal basso. La svolta che non t’aspetti arriva poco dopo i due minuti e mezzo grazie ad un frammento blues dai toni quasi beffeggiatori. Ecco poi riprendere i binari “canonici” con le nuove sfuriate di Cobham e McLaughlin.

Brano più riflessivo è You know, you know. Per oltre metà della sua durata troviamo la sola batteria molto leggera a fungere da piano d’appoggio per le intimistiche apparizioni di violino e piano. Solo nei minuti finali interviene, ma sporadicamente, la “stridula” chitarra, mentre Cobham aumenta di poco i suoi battiti. Molti artisti, negli anni, hanno “citato” questo brano nelle proprie composizioni, da David Sylvian in “I surrender”, ai Massive Attack in “One love”, passando per i rapper Mos Def, Cecil Otter e altri ancora.

Dopo esser stato imbrigliato in più di un’occasione nei brani precedenti, ecco che Hammer si getta in picchiata nella finale Awakening. La batteria è un martello pneumatico, mentre chitarra, basso e violino si librano nell’aria come schegge impazzite. È la degna conclusione di un album vissuto spesso e volentieri a folle velocità.

 

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