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Motorpsycho – Phanerothyme

MOTORPSYCHO

Phanerothyme (2001)

Stickman Records

Phanerothyme è, per i Motorpsycho e per i loro fan, l’album che ha dirottato la band verso sonorità e melodie totalmente diverse da quelle dei precedenti 8 album da loro pubblicati, proiettandoli verso arrangiamenti e strutture melodiche proprie del rock psichedelico e del progressive.

In virtù delle dichiarazioni del trio norvegese: “Rubiamo agli altri quello che ci piace. Lasciamo che la musica di chi è arrivato prima di noi ci influenzi e se lo riteniamo necessario la saccheggiamo”, l’album, pubblicato nel 2001, si lascia ascoltare con estremo piacere poiché al suo interno sono presenti chitarre dei Pink Floyd, flauti à la Jethro Tull, tastiere dei Doors, archi di Nick Drake e cori che spaziano dai Beatles ai Beach Boys. Tutte queste contaminazioni, amalgamate all’originalità e all’estro compositivo che da sempre contraddistinguono la band scandinava, hanno dato vita all’album della svolta psico-progressiva dei Motorpsycho.

Ai tre ragazzi di Trondheim – Bent Sæther (voce, basso, chitarre, Mellotron, guitarmando, percussioni, organo Viscount, batteria); Hans Magnus Ryan (chitarra, voce, piano, organo Viscount, Mellotron, basso); Håkon Gebhardt (batteria, voce, percussioni, chitarre, zither, banjo, chitarra slide) – si affianca una vasta schiera di musicisti che vede: Helge Sten (audio virus, filtri, ringmodulators, echoplex, theremin); Baard Slagsvold (piano, Wurlitzer, clavinette, piano Rhodes, voci); Øyvind Fossheim (violino); Vegard Johnsen (violino); André Orvik (violino); Hans Morten Stensland (violino); Jon W. Sønstebø (viola); Anne Britt Søvig Årdal (violoncello); Ketil Vestrum Einarsen (flauto); Lars Horntveth (sax tenore e clarinetto basso); Anne-Grethe Orvi (oboe); Even S. Andersen (trombone); Mathias Eick (tromba e flicorno); Line Horntveth (tuba).

L’opener Bedroom Eyes, grazie all’intreccio di chitarra, archi e pianoforte, crea  un’atmosfera solare e bucolica che prepara l’ascoltatore alle delicate soluzioni proposte nell’album.

For Free ha il pregio di introdurre suoni più duri, partendo da una ritmata chitarra acustica che, in pochi secondi, apre ad un assolo che divora il primo minuto con disarmante facilità. Il pezzo prosegue con strofe ritmate e ritornelli che lanciano soli dilatati ma allo stesso tempo veloci. Ciò che più rimane di questo brano è il riff iniziale che, quando meno te lo aspetti, è lì pronto a subentrare senza mai stancare.

La terza traccia, B.S., vede l’ingresso di un vivace flauto che, sostenuto dalla sezione archi, accompagna chitarra e Hammond (in pieno stile Doors) in un breve duetto che lancia un solo di chitarra molto sixties.

Landslide è senza dubbio la traccia più prog del disco. Mellotron, piano e chitarra contornano il sottile canto di Sæther, sostenuto in più di un’occasione da cori e falsetti. Gli intrecci vocali, rifiniti dai preziosi interventi di fiati, archi e pianoforte, sintetizzano meravigliosamente la lezione dei Gentle Giant. Ma è la sezione ritmica a rendere più articolato il brano: il basso sottolinea con precisione i numerosi cambi della batteria di Gebhardt, il cui contributo qui risulta alquanto determinante.

Con Go to California si raggiunge l’acme psichedelico dell’album. Brano avvolgente caratterizzato da un’atmosfera solare con soluzioni vocali corali. Flauto e sezione ritmica offrono un ottimo supporto allo splendido lavoro di Rhodes e chitarra, che rievocano quelle piacevoli sonorità psichedeliche tanto care ai Doors (c’è davvero tanto di “Riders on the Storm” in questo intermezzo). Dopo una lunga divagazione psichedelica, flauto e cori ripropongono il tema iniziale per un finale brillante.

È poi la volta di Painting the Night Unreal, brano dall’incedere lento e sommesso che infonde una sensazione di grande tranquillità. La soffusa ritmica jazz favorisce l’ingresso di un’ottima sezione fiati, che, a sprazzi, offre ottimi spunti ripresi in maniera precisa dalla liquida chitarra. Nella seconda parte del brano le dolci armonie iniziali vengono abbandonate a favore di toni più sofferti, con la voce di Sæther che si fa più rabbiosa, drammatica, a tratti urlata. La maggiore cura per le parti cantate segna un vero punto di svolta nell’intera opera del trio norvegese da questo capitolo in avanti.

All’eterea Painting the Night Unreal segue The Slow Phaseout, la parentesi più scanzonata dell’album che, oltre ai cori beatlesiani, vede la sezione fiati impegnata in interventi più solari ed allegri. Apprezzabile l’assolo di chitarra a metà brano, ruvido e dal sapore vintage.

Blindfolded, un po’ come Landslide, è il brano che lascia apprezzare il carattere scandinavo della band. Chitarre, archi, flauto e pianoforte disegnano una traccia misurata e scorrevole che offre l’opportunità di apprezzare al meglio le soluzioni più melodiche mai scritte dal gruppo.

Chiude l’album When You’re Dead, che ripropone nuovamente i caldi e soffusi scenari jazz già apprezzati in Painting the Night Unreal. All’imponente sezione fiati si aggiungono piano, clavinette e la solita chitarra, per un congedo lirico ed emozionante.

La copertina è di Kim Hiorthøy e mostra un ritratto stilizzato di Bent Sæther. La grafica è fredda e lineare (oserei dire scandinava!) con un booklet costituito principalmente da altre 5 possibili copertine.

La parola “Phanerothyme” è un termine coniato da Aldous Huxley (citato nei credits), che una volta scrisse al suo amico Humphrey Osmond: “Per rendere sublime questo mondo triviale, prendi mezzo grammo di Phanerothyme”. Osmond gli rispose: “Per andare all’Inferno o salire in Paradiso, prendi un pizzico di Psichedelia”.

Per maggiori info: http://motorpsycho.fix.no/

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