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NichelOdeon – Il gioco del silenzio

NICHELODEON

Il gioco del silenzio (2010)

Lizard Records

Dietro l’enigmatico titolo Il gioco del silenzio si cela il primo album in studio del progetto NichelOdeon, avanguardistico ensemble che fa della sperimentazione un dogma assoluto.

Pubblicato della Lizard Records nel settembre del 2010, Il gioco del silenzio fonde canzone teatrale, jazz, classica contemporanea, world music, elettronica, avanguardia (e molto altro ancora) in un magma sonoro imprevedibile e di non facile catalogazione.

L’atipicità del progetto è ben percepibile dalla numerosa e variegata schiera di collaboratori che partecipano alla realizzazione dell’album. Non solo musicisti, polistrumentisti e compositori, ma anche pittori, grafici, fotografi e videomakers, che vanno a formare un vero e proprio “laboratorio chimico dedito all’artigianato sonoro, visivo e performativo”.

La formazione stabile dei NichelOdeon vede: Claudio Milano, autore dei testi, voce e recitazione; Francesco Chiapperini, sax alto e soprano, EWI, clarinetto e flauto; Andrea Illuminati, piano, melodica e bombarda; Andrea Murada, percussioni, noise effects, didjeridoo, flauto e rhythmic vocals; Max Pierini, contrabbasso elettrico e ocarina; Luca Pissavini, viola elettrificata, synth, theremin, toys e un’infinità di effetti e disturbi; Lorenzo Sempio, chitarre. Questa nutrita schiera di ottimi musicisti è coadiuvata da collaboratori del calibro di: Luca Olivieri, synth, noises e glockenspiel ; Carola Caruso, voce femminile e backing vocals; Estibaliz Igea, soprano lirico; Stefano Delle Monache e Antonello Raggi, effetti elettronici; Luciano Margorani, chitarra elettrica e noises; Claudio Pirro, chitarra classica; Marco Truppo, synth. Menzione d’obbligo per l’artista Valentina Campagni, autrice degli enigmatici dipinti che compongono l’eccellente artwork.

Apre il “gioco” Fame. Ossessivi Fiati a la Art Zoyd introducono una cadenzata struttura jazz sulla quale svettano gli impressionanti vocalizzi di Claudio – un John De Leo più teatrale – e un piano decisamente jazz. A far da sfondo un variegato rumorismo stile Area che progressivamente lascia spazio a suoni acustici di sapore classico. Ecco palesarsi un raffinato tango che serve a Claudio come pretesto per esibire la natura teatrale del suo “recitarcantato”.

Segue Fiaba, delicata melodia sostenuta da pianoforte e fiati. Al sognante cantato di Claudio fanno da contraltare gli austeri cori femminili di Carola che, nel momento di massima tensione – segnato dall’ingresso di una chitarra distorta – si dilatano come in un raga indiano per condurci, tra gli scrosci di un albero della pioggia, all’imminente fine. I versi “Liberami dall’odio che è in me / Liberami dell’odio che è me” e l’impressionante estensione vocale di Claudio sono da brividi! Brano che non smette di emozionare anche dopo ripetuti ascolti.

Sin dalle prime note di Claustrofilia si avverte l’ottimo contributo di Luca Olivieri, impegnato a disegnare celestiali scenari mediterranei. Incursioni pianistiche e chitarristiche si innestano in un’atmosfera tesa che sembra volgere ad un’esplosione sistematicamente scongiurata sino alla ritmica fuga finale.

Malamore e la Luna è brano dal sapore cinematografico, condito con noises, pianoforte e fiati. Un tango che man mano assume toni lirici e drammatici.Le sottolineature “onomatopeiche” e teatrali del cantato fondono mirabilmente poesia futurista, Stratos e zeuhl. A metà brano un tunnel di sperimentazione sonora, dominato dall’eccellente lavoro di contrabbasso, pianoforte e fiati, sostiene l’ispirata performance canoro/rumorista di Claudio. Chiude il brano l’insolita accoppiata industrial noises/clarinetto, a cui si unisce un’acida chitarra.

Landscape sonori e flashback bellici aprono Amanti in guerra. Su accenni di pianoforte e incursioni elettroniche si consuma una tragica storia d’amore e guerra. I laceranti e solenni vocalizzi del soprano lirico Estibaliz Igea accrescono la tensione che, regolarmente, viene stemperata dalla dolcezza dei fiati, per poi essere nuovamente aggredita da noises e cori femminili ammalianti come sirene. Un’altalena emotiva, sempre in bilico tra delicatezza e tensione, che si spegne in balìa di onde oscure e inquietanti.

Ombre cinesi ha la caratura sperimentale degli Area di “Maledetti”. Una sorta di “Evaporazione” del XXI secolooooo! Un groviglio ben strutturato di voci, suoni e rumori.Un cantato che assume toni inquietanti,  tra l’orrorifico e il “malato”. Un free jazz di ottima fattura con annessi “topi nel pianoforte”.

Apnea è il brano vincitore della XIV Rassegna “Omaggio a Demetrio Stratos 2010”. Una sezione fiati di matrice jazz rock/progressiva (King Crimson, Catapilla e Area, in egual misura), un piano jazz, una viola stridente e un’infinità di suoni spiazzano e destabilizzano ad ogni nuovo ascolto.Una coda elettronica esplode decretando la fine di un’autentica opera d’arte che ha illustri maestri in Univers Zero e Art Zoyd.

Una intro etnica apre la tesa e tragica Il giardino degli altri. Violentati da suoni sinistri, acidi, distorti e cullati da melodiche nenie, gli ascoltatori prendono parte ad un gioco perennemente conteso tra conflitto e redenzione, vero e proprio “continuum” dell’album. Echi orientali, cantilene mongole, didjeridoo, pianoforte e chitarra chiudono solennemente il brano.

La ghost track La corsa dei trattori assume sembianze di marcetta circense dal gusto ironico/surreale/cinematografico. Nata forse per gioco, la traccia resta comunque fedele al clima dell’album.

Citazioni colte e popolari tracciano i confini di Se. Così “S’io fossi foco, arderei lo mondo” di Cecco Angiolieri diventa pre/testo per un elegante free jazz. Pianoforte, chitarra e contrabbasso sono sicuramente superlativi, ma la sezione fiati qui rasenta la perfezione.  In più di un’occasione si ha la sensazione di ascoltare il Victor Busnello di “Arbeit Macht Frei”. Stesso dicasi per il divertito motivetto di “Giro giro tondo” accennato dal contrabbasso, ulteriore evidente omaggio alla band di Stratos.

Lana di vetro è una taranta/novella guidata da clarinetto e percussioni. Non manca l’apporto di Olivieri e Truppo, rispettivamente a glockenspiel e synth. Da brividi la performance canora di Claudio, capace di spingersi su antipodici registri: da etnici saltarelli a virate elettro/punk.

Ottima scelta, infine, quella di collocare in coda all’album un brano “corale” come Ciò che rimane. Delicato e melodico sul nascere, il brano aumenta progressivamente di intensità, diventando prima acido e instabile, poi lirico e struggente.

Si chiude così “Il gioco del silenzio”. Un gioco in cui i NichelOdeon riescono a rendere fruibili sonorità oblique e raffinate, sdoganandole per un pubblico più ampio possibile.

Per maggiori info:

www.myspace.com/nichelodeonband
www.youtube.com/nichelodeonband
www.lizardrecords.net63.net

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