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OAK – Viandanze

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Viandanze (2015)

Autoproduzione

Ci sono band che hanno la fortuna, o sfortuna, di essere associate al loro “amore musicale”, riverito per anni sottoforma di tribute band. Esempio lampante sono i The Watch, band nostrana con all’attivo diversi interessanti album e conosciuta in Europa soprattutto grazie agli spettacoli dedicati ai Genesis. Un discorso simile ha interessato, per anni, anche gli OAK con il loro alter ego Jethro Tull.

Lo scambio OAK-Jethro Tull, negli anni, non è stato affatto a “senso unico” ma ha portato anche una serie di incroci “fruttuosi” tra la band di Jerry Cutillo e i membri della leggendaria band inglese, sia nei live sia in studio (in “Shaman feet”, ad esempio, compaiono Glenn Cornick, Maartin Allcock e Jonathan Noyce). Non solo, gli OAK sono stati abili, in questi vent’anni, nell’arricchire il proprio sound carpendo e personalizzando gli insegnamenti dai maestri d’oltremanica. Sia chiaro, però, nella musica degli OAK non affiorano solo richiami ai Jethro Tull, tutt’altro.

Fatta questa dovuta premessa, ecco che la storia degli OAK non si ferma, anzi, prosegue con Viandanze, lavoro che segue di quattro anni “Shaman feet” (2011).

Viandanze nasce nella mente di Jerry Cutillo, fondatore e leader degli OAK, come allegato sonoro al suo libro “Come una volpe tesa a rubare nel cortile delle voci”, opera, arricchita anche da foto e videolinks, in cui narra alcune vicende della sua storia musicale. Il progetto iniziale è stato poi “sovvertito” dalla parte sonora, completata in anticipo rispetto al libro e, quindi, pubblicata.

Dopo una fase di pre-produzione curata dallo stesso Cutillo (voce, flauto, chitarre, samples, tastiere, sax), il compito di rendere più “tangibile” la sua idea è stato affidato a Charles Yossarian (batteria), Luis Ortega (basso), Francesco De Renzi (tastiere) e Al Bruno (chitarra). Accanto a loro troviamo anche Mauro Gregori (batteria in Magica noce e Holy Bells), Marco Viale (sintetizzatore in Kepler 452b), gli alunni della scuola elementare di Faido in Svizzera (in Magica noce) e, nel brano finale My old man, David Jackson (sax, tin whistle), Jonathan Noyce (basso), Jenny Sorrenti (voce), Michele Vurchio (batteria) e Iacopo Ruggeri (chitarra).

Ed è musica immaginifica quella creata degli OAK, suoni e testi dipingono scenari naturali e folkloristici, ci proiettano in viaggi intimi e “visionari” attraverso un folk-rock progressivo ricco di sfumature che va anche oltre se stesso.

Lo stesso titolo dell’album, come affermato da Cutillo nell’intervista rilasciata ad Athos Enrile, può riferirsi, infatti, sia ad una danza lungo le strade del mondo, sia ad una esplorazione attraverso i labirinti della mente, stimolata da sostanze psicotrope […]. Io invece appartengo alla categoria dei semplici viandanti, in quanto amo camminare a lungo e in spazi aperti perché ciò favorisce la mia meditazione semicosciente. Il vagabondare dei piedi stimola la mia armonia intellettuale e molto spesso faccio scorta di idee nei miei viaggi nella terra del pensiero. Così “Viandanze” mi è sembrato il giusto termine per sottolineare l’idea di attraversare la natura delle cose e giungere alla finalità dello stesso essere artista.

Con il brano d’apertura Magica noce Cutillo “torna” alle sue origini, quelle sannite, percorrendo l’oscura storia delle janare, le streghe di Benevento. Nei suoi territori, sotto un albero di noce nei pressi del fiume Sabato, a partire dal XIII secolo, ogni sabato, nelle notti di plenilunio, le janare celebravano riti in onore del Dio Wotan. Poi arrivarono le persecuzioni… “Unguento, unguento sali a Benevento / vola sull’acqua e sopra lu viento” / Le metamorfosi spente nel fuoco / demoni e streghe distrutti in un rogo / dolci veleni e filtri d’amore / nel primitivo Sannio fede e folklore […]. Ma c’è anche la natura nel testo di Cutillo, la descrizione di quei luoghi attraversati dai Sanniti nel corso dei secoli, strade ripercorse fisicamente dall’artista stesso di recente. E l’“abito sonoro” confezionato dagli OAK, coadiuvati anche dal coro degli alunni della scuola elementare di Faido (Svizzera), è di quelli evocativi e magnetici, dai forti cromatismi folk-rock alla Lingalad, con intrecci strumentali mai invadenti ma piuttosto articolati e ben calibrati. E nel suo utilizzo del flauto Cutillo tradisce tutto il suo amore per i Jethro Tull di Ian Anderson.

E con Snegurochka le parole di Jerry Cutillo si rivolgono a Est, verso la Fanciulla di Neve del folklore russo, anche se, in maniera molto sottile viene tracciato un parallelismo tra la ragazza di ghiaccio protagonista della favola russa e il triste fenomeno della prostituzione (dall’intervista rilasciata ad Athos Enrile). Ed è un susseguirsi di interessanti e notevoli suggestioni sonore: sapientemente il quintetto amalgama atmosfere scure, guidate dalle distorsioni di Al Bruno e dall’organo di De Renzi, a momenti cantati malinconici e avvolgenti, con la voce di Cutillo che si muove tra il Camisasca post-“La finestra dentro” e Giuseppe Festa, che poi prendono “quota” poco oltre. E ancora, progressioni ritmiche che lasciano esplodere il flauto di Cutillo e lontani sentori orientalizzanti, sino alle dilatazioni sonore finali, con voce femminile, che ricordano le “estremizzazioni” di Franco Battiato.

Molto fresca ed effervescente Holy Bells con i suoi fraseggi “stretti” di chitarra acustica e mandolino (l’intro richiama un po’ “Il banchetto” della PFM) e i soliti riusciti inserti di flauto. E la voce di Cutillo ci guida in un affascinante viaggio nella natura e negli straordinari paesaggi del Galles (ma non solo).

Tocca poi a Kepler 452b. Nella prima parte Cutillo è impegnato in una breve nenia ipnotica (Messer William ha gridato nel bosco / e le foglie cantano “Tupala” / Messer William tira pietre nel fuoco / e l’odore dell’incenso si alza… lento), sorretta da morbide chitarre acustiche, fugaci inserti di flauto e “sussurri” ritmici. Poi Ortega prende per mano il brano con la sua 12 corde e lo guida verso una nuova intrigante atmosfera fatta di un’ottima miscela di suggestioni mediterranee, Canterbury sound e sperimentazione. Il titolo del brano è dedicato all’esopianeta che orbita intorno alla stella Kepler 452, scoperto di recente, e che, grazie ad alcune similitudini con il nostro pianeta, è stato anche definito, non proprio correttamente, il “gemello della Terra”.

Con Giubileo gli OAK ci mostrano una nuova faccia. L’avvio molto spinto, in cui compare anche il sax (suonato sempre dal solito Cutillo), lascia emergere qualche “sentore” alla Soft Machine. Poi l’Hammond di De Renzi lancia il canto ruvido di Jerry: un primo assaggio “tenebroso”. Ed è un testo inquieto, apocalittico, quasi una sorta di invettiva, quello che accompagna l’intero brano: Santo il nome di eutanasia repellente / Santo il seme di amplessi scorticanti / It’s the suicide of the end… / Quale indulgenza? Giordano Bruno arrostito / Quale spirito? Greedy Imperium Cristianum / Bestie cornute alla fine dei tempi / Resurrezioni di streghe vittime amanti. A seguire largo spazio ad un clima sinistro: dalle ritmiche ai fiati, dall’organo alla chitarra, tutto è ammantato di scuro e gli inserti vocali (gemiti, canti gregoriani, voci cinematografiche e altro ancora) accentuano il tutto, prima di “riemergere” nel finale.

E anche la conclusiva My old man esce dal solco tracciato dai primi quattro brani (e dal quinto). È il duetto piano-voce ad impadronirsi della scena iniziale (con “calzanti” inserti di sax e basso degli ospiti David Jackson e Jonathan Noyce), un quadro struggente e soave allo stesso tempo, con Cutillo che, con grande trasporto emotivo, dedica il toccante testo a suo padre. Poi l’atmosfera si fa rarefatta ed eterea: entra in scena Jenny Sorrenti con un’improvvisazione vocale in dialetto napoletano (nata durante un live condiviso) davvero efficace. E i vocalizzi della stessa Sorrenti e il basso pulsante di Noyce conducono il brano alla deflagrazione, che anticipa il quieto finale, in cui il sax “urlato” di Jakcson fa la voce grossa insieme alla ondivaga chitarra di Ruggeri. Un brano che chiude nel modo migliore un album che è una conferma per questa ormai storica realtà.

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