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Ruins – Ruins

RUINS

Ruins (1986)

Trans Records

 

Come si può esprimere una quantità immensa di energia utilizzando solo una batteria, un basso e la voce? I giapponesi Ruins sono riusciti pienamente nell’intento.

Nati nel 1985 da un’idea di Tatsuya Yoshida, già batterista degli YBO2 (Yellow Biomechanik Orchestra 2) con Hideki Kawamoto al basso (primo di quattro bassisti succedutisi negli anni), si distinguono molto presto nel panorama progressivo internazionale per la loro “follia espressa in musica”.

Musicalmente e concettualmente vengono accostati fin da subito allo zeuhl dei Magma, non solo per le atmosfere pesanti, le ritmiche ossessive e pulsanti, i vocalizzi inquietanti, ma soprattutto perché Yoshida, come Christian Vander con il suo kobaïano, utilizza un linguaggio inventato per i suoi testi.

Il primo lavoro realizzato dal duo è Ruins, un EP contenente sei brani brevissimi, tra un minuto e diciotto e due minuti e un secondo (forse neanche i Ramones hanno osato tanto), molto spigolosi e disorientanti, quasi piccoli assaggi del loro enorme potenziale. Ciò che si nota sono alcune soluzioni già adottate negli YBO2 e che troveremo simili nei Sekkutsu Jean o ampliate nei Koenjihyakkei, tutti progetti dello stesso Yoshida.

Body & Soul. Avvio spiazzante. Batteria, basso distorto e urla indemoniate arrivano dritti al cervello. Bastano pochi secondi per capire in cosa siamo “incappati”. Le ritmiche percussive e le urla non danno un attimo di tregua. Nel finale Yoshida sembra quasi voler cantare (un po’ Billy Corgan degli Smashing Pumpkins, ma più sguaiato). “Per fortuna” il brano dura meno di due minuti, ma ci attendono altri otto minuti…

Crisis apparentemente parte in modo più tranquillo, con il basso in evidenza che sembra una chitarra distorta. Sedicesimo secondo: delirio. Queste due parti saranno riproposte altre due volte prima della fine del brano.

Struttura iniziale simile al brano precedente per Cathastrophe, anzi, nei primi secondi sembra, addirittura, esserci ancor più quiete, con una cadenza molto lenta di batteria e basso e dei cori quasi femminili. Poi iniziano i vaneggiamenti sonori di Yoshida e Kawamoto: una gragnola di colpi impossibili da schivare.

Epigonen. Le urla strazianti ci ricordano più volte il titolo del brano, mentre in sottofondo i due strumenti non si risparmiano. A metà brano la svolta che non ti aspetti: la batteria cade in trance e ci regala un po’ di secondi in 4/4 molto lenti, senza nessun tipo di evoluzione, così come il basso, il quale si limita ad eseguire un giro ripetitivo, su di loro dei vocalizzi alla Ivan Cattaneo. Tregua interrotta poco dopo con la ripresa del segmento iniziale.

Apertura rockeggiante per Nocturne prima che la voce, in compagnia dei “soliti noti”, incattivisca il tutto.  È indiscutibilmente il brano più cantato dell’EP.

Il brano che chiude il primo lavoro dei Ruins, Out burn, è quello più lungo (?!) tra i sei, con i suoi due minuti e un secondo. Non c’è neanche il tempo di riprendersi dall’ascolto di Nocturne, subito arriva una scarica di scudisciate che ti lasciano a terra privo di sensi. Batteria e basso molto “nervosi”, conditi dalle urla isteriche di Yoshida: questo è Out Burn, degna conclusione di quest’opera geniale, ma ai limiti dell’udibile.

Sei brani, dieci minuti in totale. Dopo questo ascolto la vostra concezione della musica cambierà per sempre e, se non siete deboli di cuore, non potrete fare più a meno dei Ruins.

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