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Shining – One One One

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One One One (2013)

Prosthetic Records

 

A tre anni da “Blackjazz” e a due da “Live Blackjazz” i norvegesi Shining tornano con One One One, album che idealmente chiude la trilogia “Blackjazz”. Jørgen Munkeby, leader della band, ha infatti dichiarato: “One One One ha lo scopo di completare la “Blackjazz Trilogy”. È sicuramente la musica più orecchiabile e immediata che abbiamo mai registrato. I brani sono brevi e concisi e preparano il terreno per un’altra nuova e brillante versione degli Shining”. One One One riprende la formula intrapresa con “Blackjazz”, riproponendo il micidiale mix di progressive rock/metal, jazz, avant-garde e industrial. La formazione è la stessa ormai dal 2010: Jørgen Munkeby (sax, chitarra, Akai EWI, voce), Torstein Lofthus (batteria), Tor Egil Kreken (basso), Bernt Moen (synth, tastiere) e Håkon Sagen (chitarra).

Ciò che colpisce a prima vista è senza dubbio l’arancio brillante della cover che, pur conservando il carattere tipografico minimalista, si discosta dall’artwork in bianco e nero dei due precedenti capitoli. “Il disco – ha Affermato Munkeby –  è stato scritto e mixato nella soleggiata California ed è per questo che abbiamo scelto per la copertina un colore arancio incandescente”.

One One One parte sparato con I Won’t Forget, primo singolo estratto dall’album, la cui parte iniziale si ricollega direttamente a “Fisheye” del precedente “Blackjazz”. Si avverte sin da subito che a caratterizzare l’intero disco saranno la spasmodica esaltazione della velocità e la ritmica ripetizione di versi e parole. La fulminante sezione ritmica di Kreken e Lofthus si lancia in una sfiancante fuga alla quale prendono parte anche i riff di Sagen e le svisate al synth di Moen. Munkeby, dal canto suo, aggredisce letteralmente l’ascoltatore con tutta la rabbia che ha in corpo ripetendo fino allo sfinimento “I won’t forget / I won’t forget / I’ll never forget / I’ll never forget”.

The One Inside alterna momenti più scanditi e cadenzati a lampi di brutale velocità. Lofthus sembra trovarsi meravigliosamente a suo agio nel ruolo di trascinatore tanto è spedito e coinvolgente il suo drumming. Sagen e Moen si dividono la scena mettendo su una vera e propria tortura sonica che destabilizza e annichilisce. Ma è con l’ingresso dell’indiavolato sax di Munkeby che si raggiunge l’apoteosi, con risultati assai simili alla loro personale rivisitazione di “21st Century Schizoid Man” proposta in “Live Blackjazz”.

My Dying Drive è uno dei pochi brani ad avere una velocità nella media ed è forse l’episodio che più richiama le soluzioni di “Blackjazz”: i versi si agganciano l’un l’altro attraverso la sistematica ripetizione di parole e assonanze che mandano in apnea Munkeby; le sinistre tastiere di Moen si amalgamano ai serrati riff di Sagen; la sezione ritmica fratturata marca i passaggi più drammatici e brutali.

Off The Hook è il giusto compromesso tra i più oscuri King Crimson e l’industrial dei Nine Inch Nails. Munkeby strazia la sua ugola facendo il verso ai suoni sintetici di Moen e alle stilettate di Sagen, mentre il basso distorto di Kreken irrobustisce la pirotecnica ritmica di Lofthus.

Blackjazz Rebels estremizza ancor più il linguaggio della traccia precedente prendendo però spunto da “Blackjazz” e clonando alcuni passaggi di “Fisheye”. Munkeby e Sagen straziano le loro chitarre con acuti lancinanti e riff granitici. Ordinaria amministrazione per Lofthus che sembra sempre più un treno in corsa.

Il sax di Munkeby apre How Your Story Ends, brano sicuramente più accessibile ma pur sempre aggressivo e tirato. Sono ancora una volta le chitarre e il synth a prevalere in una tempesta sonora che fonde free jazz, metal estremo, avant-garde e industrial.

La martellante e sguaiata The Hurting Game continua sulla stessa linea tracciata fin qui dalla band norvegese, tra voci filtrate, sax acidissimo, chitarre massicce, synth sinistri e una ritmica che sfianca anche il più assuefatto degli ascoltatori.

Con le conclusive Walk Away e Paint The Sky Black Munkeby e compagni perdono ogni freno inibitore decisi ormai a schiantarsi verso la più brutale delle distruzioni soniche, tra black metal e free jazz.

Tutti i brani di One One One hanno una durata media di quattro minuti, un elemento questo non secondario se si tiene conto che per Munkeby questo è il lavoro più diretto e orecchiabile mai realizzato dagli Shining.

Per maggiori info: www.shining.no

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