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Storm Corrosion – Storm Corrosion

STORM CORROSION

Storm Corrosion (2012)

Roadrunner Records

Storm Corrosion è il progetto che vede (finalmente!) la concreta collaborazione tra due dei più creativi artisti della moderna scena progressive: Steven Wilson dei Porcupine Tree e Mikael Åkerfeldt degli Opeth.

Le ingombranti figure musicali dei due hanno superficialmente indotto a pensare agli Storm Corrosion come all’ennesimo supergruppo prog-metal. Ma a fugare ogni dubbio sulla natura del progetto sono state le dichiarazioni rilasciate dagli stessi Wilson e Åkerfeldt che, ancor prima della pubblicazione dell’album, hanno affermato di voler esplorare nuovi territori musicali e di essere alla ricerca di soluzioni innovative.

Proprio Wilson, in merito alla richiesta di commentare il suono di Storm Corrosion, si è espresso così: “Se mi aveste chiesto tre mesi fa di commentare quanto scritto vi avrei risposto: “Aspettatevi l’inaspettabile”. Oggi, dopo la pubblicazione di “Heritage” e “Grace For Drowning”, penso che lo shock non sarà così estremo perché, in un certo senso, abbiamo semplicemente realizzato e portato a termine un’inedita trilogia. Tutto è, forse, più orchestrale, cupo, contorto e malinconico ma i confini entro cui ci muoviamo sono gli stessi tracciati da “Heritage” e “Grace For Drowning”. Una conseguenza abbastanza logica se si pensa che i lavori sono stati composti tutti nello stesso periodo”.

L’album, che appunto chiude questa trilogia, è una seducente opera che non può non rifarsi all’estetica progressiva anni ’70, idea generale che ha caratterizzato anche i due dischi ad esso correlato. A differenza di “Grace For Drowning” ed “Heritage”, però, Storm Corrosion suona ancor più cupo, malinconico, inquietante e impressionante.

Åkerfeldt sostiene che alcuni dei passaggi presenti in questo lavoro sono tra i più belli a cui ha mai lavorato: “Ci sono momenti magici. Musicalmente abbiamo creato qualcosa di tangibile, profondo, intenso e un po’ spaventoso. Tutto allo stesso tempo. Posso tranquillamente affermare che non conosco nessuna realtà, band o artista il cui suono ricordi quello degli Storm Corrosion. Immagino sia stato uno dei nostri obiettivi”.

A Mikael Åkerfeldt (voce e chitarre) e Steven Wilson (voce e tastiere), si aggiungono Gavin Harrison alla batteria, Ben Castle ai fiati e la London Session Orchestra. Tuttavia gli strumenti che prevalgono sono le chitarre, le tastiere e le percussioni. Gli interventi dei collaboratori sono cesellati con estrema cura:  Harrison interviene con la batteria solo in pochissime situazioni e le parti orchestrali sono, in realtà, passaggi minimali che non sovraccaricano le strutture dei brani.

Mellotron e tastiere aprono la fosca Drag Ropes. Gli inquietanti tappeti sonori di Wilson sono attenuati, solo in parte, dalla voce pulita e dalla chitarra arpeggiata di Åkerfeldt e dai legni di Castle. A tratti la tensione cresce e il pianoforte di Steven, con accordi drammatici, non fa altro che aumentare lo stato di ansia. La circolarità del tema e i cori ossessivi rendono il brano una sorta di requiem. La dolorosa storia alla base del brano è ottimamente rappresentata nel videoclip animato da oscure sagome.

La title track Storm Corrosion vede l’avvicendamento alla voce dei due soci, con Wilson che in questo caso prende in mano le redini. La sua particolare voce, unita ad una delicata melodia di flauto, arpeggi di chitarre e interventi orchestrali, rendono l’atmosferica bucolica e sognante. Nella seconda parte percussioni e archi contribuiscono a creare quel sound sinistro e instabile che è alla base del disco.

Hag è una traccia lenta e struggente. Un Mellotron crimsoniano accompagna il canto dimesso di Wilson che, a tratti, si fa ancor più evanescente. Pochi elementi ad accennare una ritmica scandita in maniera quasi impercettibile. Nel finale irrompono suoni drammaticamente ruvidi, riconducibili ad alcune sonorità presenti in “Grace For Drowning”. Ottima l’incursione della batteria di Harrison, ovattata ma violenta e dal sapore fortemente vintage.

Un clima nostalgico contraddistingue Happy, il brano più breve dell’album. Ancora Wilson alla voce, a sintetizzare il suo immaginario malinconico e tormentato, a cui si aggiungono i cori delicati di Åkerfeldt. L’atmosfera funerea stride volutamente col titolo del brano, ma Wilson ormai ci ha abituati a questi contrastanti abbinamenti.

Lock Howl è egregiamente introdotta dalle due chitarre, una impegnata in una ritmica circolare, l’altra in un arpeggio senza fine. I suoni sinistri delle tastiere di Wilson forniscono un’andatura orientaleggiante al brano che, grazie all’uso dell’immancabile Mellotron, arriva a lambire territori sinfonici. Nel complesso le sonorità, oscure e drammatiche, rendono l’atmosfera claustrofobica e asfissiante.

Ljudet Innan (“musica antica” in svedese) è il brano che chiude l’album. Åkerfeldt si fa largo con un apprezzabile falsetto su un delicato piano elettrico. Ma è solo l’intro. Mellotron e cori sorreggono una liquida chitarra floydiana che, dilatandosi in una dimensione spaziale, rasenta soluzioni post-rock. Un finale più che adatto per un album da ascoltare in cuffia e al buio.

Non c’è che dire! Wilson e Åkerfeldt sono stati di parola. Il suono di Storm Corrosion è sicuramente quanto di più lontano ci si potesse aspettare da un progetto musicale sorto negli ultimi anni. La loro comune passione per il progressive rock anni ’70 e per il folk psichedelico li ha spinti a realizzare quest’opera che, seppure influenzata dal più recente Wilson e dagli ultimi Opeth, suona originale e insolita.

I riferimenti, laddove ci sono, non riguardano assolutamente l’ambito musicale, quanto più gli oscuri racconti della tradizione nordeuropea. Le ambientazioni, infatti, sottolineate anche dall’insana grafica del disco, riportano agli scenari inquietanti e malati dei Comus e a quell’immaginario fatto di violenza, assasini, rapimenti, follia, paura, angoscia, confusione e disperazione.

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