Home / Recensioni / Cosmic Remedy, The – The Cosmic Remedy

Cosmic Remedy, The – The Cosmic Remedy

The Cosmic Remedy (2013) The Cosmic RemedyTHE COSMIC REMEDY

The Cosmic Remedy (2013)

Seacrest Oy

 

The Cosmic Remedy è una band internazionale nata come progetto solista del chitarrista degli Yesterdays, Ákos Bogáti-Bokor, che vede coinvolti anche il batterista e percussionista finlandese Kimmo Pörsti (The Samurai Of Prog, Paidarion, Mist Season), il bassista italiano Francesco Faiulo e il cantante jazz brasiliano Tico De Moraes. L’idea di mettere su un nuovo progetto nasce dall’esigenza di Bogáti-Bokor di dare forma definitiva ad alcuni suoi appunti musicali, nati nei periodi di inattività degli Yesterdays e pertanto concepiti per essere suonati da una formazione diversa dalla band madre.

Contattati gli amici e riorganizzato il materiale, l’omonimo album vede la luce il 28 novembre 2013. A giocare un ruolo importante sono senza dubbio l’ottimo songwriting, le belle armonie e le stratificazioni vocali, mentre ad essere sacrificati sono soprattutto i soli infiniti e gli arrangiamenti troppo sofisticati. Ciò che ne viene fuori è un crossover prog fortemente legato alla musica degli anni ’60 e ’70, con influenze che vanno dai Beatles, ai Genesis, agli Yes.

L’album si compone di ben quattordici brani raccolti in quattro lunghe suite tematiche. Per conferire ad ogni singolo brano il giusto umore sono stati impegnati quattro diversi vocalist – Ulf Yacobs (Yacob, Argos,  voce in Childhood Suite), Iulia Pardau (voce in Story Of A Prince, Blue Sea e cori in I’ll Be Your Friend), Vera Klima (voce in Daylight Dreaming) e Andrea Emese “Sissy” Ercsey (voce) – oltre ad un nutrito gruppo di musicisti aggiunti: József Orosz-Pól (tastiere), Tibor Popomájer (basso), László Zsigó (batteria), Gábor Kecskeméti (flauto, spoken words), Zsuzsánna Kónya (handclapping) e József Tamás Kiss (basso in Story Of A Prince).

Si parte con Childhood Suite. Nella Overture sono le tastiere di Orosz-Pól ad aprire le danze tra leggeri barocchismi emersoniani ed ariose aperture neoprogressive, mentre sull’ottima intesa ritmica tra il roccioso basso di Bogáti-Bokor ed il pirotecnico drumming di Pörsti si fonda l’ossatura portante dell’intero brano. Con Blue Skies l’atmosfera si addolcisce anche grazie alla misurata performance vocale di Yacobs, ai ricami chitarristici di matrice hackettiana del titolare – qui impegnato anche all’organo, al Mellotron, al basso e ai cori – e alle delicate melodie del flauto di Kecskeméti. I Genesis di “Nursery Cryme” sembrano essere i più accreditati ispiratori di questo secondo segmento, non fosse altro che per la continua alternanza tra soluzioni sinfoniche e momenti di maggior slancio ritmico. Chiude la prima suite What You Are, brano sorretto da una sezione ritmica allargata che include il granitico basso (à la Squire) di Popomájer, la dinamica batteria di Zsigó e le percussioni di Pörsti. Degne d’attenzione le parti cantate che richiamano tanto le ricercate stratificazioni vocali degli Yes, quanto i classici cori alternative anni ’90.

Segue A Suite – Case Of Memories che prende il via con la ritmata Postcard From Prague. Bogáti-Bokor dichiara il suo amore per Howe in questa breve gemma elettroacustica dal vago sapore cinematografico. Qui rivive la tipica solarità sixties che in qualche modo anticipa la scanzonata Susie And Me, seconda parentesi nella quale melodie beatlesiane spingono De Moraes ad emulare il mitico McCartney. Sulla stessa linea si muove I’ll Be Your Friend il cui approccio però è prettamente acustico. Bogáti-Bokor ne segna il passo con un arpeggio romantico che accompagna il canto di De Moraes e che si ravviva con l’ingresso dei cori della Pardau. L’assenza della batteria è opportunamente compensata dalle percussioni di Pörsti e dall’handclapping della Kónya, che danno ritmo e rendono più armonioso il pezzo. La conclusiva I Don’t Have To Run si affida al mutevole apporto chitarristico del titolare, alle piacevoli incursioni del flauto di Kecskeméti e all’intenso Mellotron.

Viene poi il turno di Lost Marbles Suite, capitolo interamente affidato alle ugole delle tre vocalist che si alternano nelle quattro parti. Se nella delicata Daylight Dreaming è la voce cristallina della Klima a descrivere scenari da sogno, nelle successive Story Of A Prince e Blue Sea è ancora una volta di scena la Pardau che si destreggia tra le soluzioni power pop dei compagni, mentre in Song Without A Home è l’eterea Ercsey a volteggiare tra aeree melodie pop venate di malinconico folk.

Chiude il poker Farewell Suite, che come l’opener si fa in tre. In Welcome To The Pepperland Lounge la chitarra acustica di Bogáti-Bokor accompagna la calda voce di De Moraes sugli stessi lidi crimsoniani frequentati da Burrell in “Islands”. Train To Nowhere fonde la strafottenza ritmica e i riff graffianti degli Stones alle armonie vocali dei primi Beatles, mentre Hiding From The Sun chiude suite ed album tra morbide soluzioni progressive nelle quali si mettono in evidenza le doti tecniche dei singoli musicisti.

Per maggiori info: sito | facebook

Fotogallery

  • Cosmic Remedy, The – The Cosmic Remedy
  • Cosmic Remedy, The – The Cosmic Remedy
  • Cosmic Remedy, The – The Cosmic Remedy
  • Cosmic Remedy, The – The Cosmic Remedy

Check Also

Il Rumore Bianco - Antropocene

Il Rumore Bianco – Antropocene

IL RUMORE BIANCO Antropocene (2016) Fading Records / Ma.Ra.Cash Records Dopo essersi messo positivamente in …

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *