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The Stories Of H.P. Lovecraft – A SyNphonic Collection

The Stories Of H.P. Lovecraft (2012) A SyNphonic CollectionThe Stories Of H.P. Lovecraft

A SyNphonic Collection (2012)

Musea Records

Nella particolarissima data del 12 dicembre 2012 (12/12/12) l’associazione finlandese Colossus, in collaborazione con l’etichetta francese Musea Records, pubblica un triplo CD interamente dedicato alle storie di Howard Phillips Lovecraft, scrittore, poeta, critico letterario e saggista statunitense.

L’ambizioso progetto, partorito dalla creativa mente di Marco Bernard e che coinvolge venti tra artisti e band della scena progressive internazionale, prende il nome di The Stories Of H.P. Lovecraft – A SyNphonic Collection. Un connubio perfetto quello tra le storie macabre/oniriche/fantasy di Lovecraft e il carattere immaginifico della musica progressiva. Del resto non è la prima volta che la Colossus si avventura in operazioni di questo genere, abbinando temi di natura letteraria ad ambientazioni musicali progressive. Ne sono prova i progetti “Decameron – Ten Days in 100 Novellas Part 1” (del quale a breve arriverà la “Part 2”) e “The Divine Comedy” (Inferno, Purgatorio, ecc.).

H.P. Lovecraft è stato indubbiamente uno degli scrittori più influenti del XX secolo. Ad ogni gruppo che ha preso parte al progetto è stato chiesto di scegliere una storia dello scrittore statunitense e di comporre un brano musicale ad essa ispirata. Le visionarie storie di Lovecraft si sono rivelate di fondamentale aiuto per gli artisti, stimolando la loro fantasia e guidandoli nella creazione di un fantastico e creativo progressive rock. La grande varietà di gruppi partecipanti al progetto conferisce all’opera una diversità di stili e soluzioni che la rendono ancor più singolare e avvincente. A rendere il tutto più coerente ed omogeneo ci pensa la creativa immaginazione di Lovecraft, che, inequivocabilmente, indirizza il nutrito gruppo di compositori verso un’unica direzione, quella che porta ad un mondo soprannaturale popolato da terrificanti creature.

Ad aprire l’opera sono i padroni di casa The Samurai Of Prog: Marco Bernard (basso), Steve Unruh (voce, chitarra, violino, drumkit, basso aggiunto), Kimmo Pörsti (percussioni) e, per l’occasione, Lalo Huber (Hammond, synths, basso aggiunto). Il brano, composto da Unruh, si intitola The Case Of Charles Dexter Ward e prende spunto dall’omonimo romanzo del 1941 che, appunto, narra “Il caso di Charles Dexter Ward”, un giovane cresciuto in una ricca famiglia del Rhode Island, personaggio schivo, opaco e studioso, che pian piano si trasforma in una sorta di alieno, che incute terrore e sgomento. A indagare sul suo caso è il dottor Willett, che lo conosce fin dalla giovinezza, e che risolve il mistero scoprendo una realtà di orrore insospettabile, svelando pratiche ancestrali di resurrezione dei morti e oscure forze soprannaturali.

La natura oscura e malvagia del brano viene enfatizzata da una ritmica zoppicante e frammentata sulla quale si ergono l’Hammond e i synths di Huber e il mefistofelico violino di Unruh. Quest’ultimo è anche autore di un’ottima prestazione vocale dai toni teatrali e tenebrosi. Una versione alternativa del brano, con missaggio curato da Pörsti, è stata recentemente inserita a chiusura di Secrets Of Disguise, secondo album della band.

Gli americani Glass Hammer, invece, si sono dedicati alla riproposizione di Cool Air (Aria fredda), un racconto del 1926. La storia racconta di un uomo trasferitosi a New York e in cerca di un appartamento. Trovato l’alloggio, una sera si accorge che dal soffitto gocciola una sostanza che scopre essere ammoniaca. Tutto è riconducibile al dottor Muñoz, l’inquilino del piano superiore, che essendo molto malato, necessita costantemente di bagni di ammoniaca. Una mattina l’uomo, colto da un attacco di cuore, chiede aiuto al dottor Muñoz, così raggiunge il piano superiore dove il dottore gli presta cure tempestive. I due diventano amici. Il protagonista viene così a conoscenza degli esperimenti del dottor Muñoz, ossessionato dal voler sfidare e sconfiggere la morte con un complesso sistema di refrigerazione (lo stesso che aveva provocato l’iniziale perdita di ammoniaca). Una sera, il protagonista si precipita al piano di sopra a causa della rottura del sistema di refrigerazione e tenta di riparare il macchinario tra la collera e il panico dell’ammalato. Mentre la temperatura della stanza inizia a salire, il dottor Muñoz si chiude in bagno e chiede all’amico di portargli tutto il ghiaccio che riesce a trovare. Ritornato nell’appartamento si ritrova dinanzi uno spettacolo terrorizzante: una striscia scura e gelatinosa si propaga dalla porta del bagno fino all’ingresso e da questo fino ad uno scrittoio dove ritrova un foglio di carta che rivela tutto il mistero: il dottor Muñoz era morto 18 anni prima ed era ricorso alla conservazione artificiale mediante il freddo.

Un’inquietante voce registrata su un vecchio nastro magnetico introduce la storia preludendo una breve ma intensa parentesi sinfonica. A scacciare via un po’ di ombre ci pensa la sottilissima voce di Davison che tuttavia viene sistematicamente incupita dall’ingresso dell’organo e del mellotron di Schendel e dal minaccioso basso di Babb. Intrecci vocali e tetri effetti sonori materializzano in maniera didascalica le orripilanti ambientazioni di Lovecraft rendendole tangibili.

La formazione inglese dei Karda Estra mette in scena The Haunter Of The Dark (L’abitatore del buio), un racconto scritto nel 1935 e pubblicato l’anno successivo. La storia parla di uno scrittore e pittore, Robert Blake, rinvenuto cadavere in casa, ucciso probabilmente da un fulmine. La singolare espressione del viso, risultato di un’orribile contrazione muscolare, lascia però presupporre che la causa della sua morte possa essere di tutt’altra origine. Un resoconto, tratto dal suo diario, conferma che il signor Blake, trasferitosi da poco a Providence, era rimasto affascinato da una spettrale chiesa abbandonata. La sua personale indagine lo condurrà a scoprire i segreti dell’oscuro luogo di culto e del terrore che lo abita: un’antica e mostruosa divinità cosmica, abitatrice delle tenebre e timorosa della luce.

Le tipiche atmosfere classiche e cinematografiche dei Karda Estra si sposano alla perfezione con il clima gotico del racconto di Lovecraft. Il risultato è quanto di più angosciante e spaventoso si possa musicalmente concepire e realizzare con una strumentazione in prevalenza acustica.

Gli australiani Unitopia si dedicano a The Outsider (L’estraneo), un racconto scritto nel 1921 e pubblicato nel 1926. La storia narra la miserabile e solitaria vita di un uomo che vive in un oscuro e antico castello, circondato da un’immensa foresta, dal quale sembra non essere mai uscito. Convinto di doversi liberare da quella che ormai considera la sua prigione, decide di salire sulla torre più alta del castello dove trova una grata nel soffitto: la rimuove, ci si addentra e si ritrova dapprima in un cimitero e poi in un altro castello. Entra in una sala piena di gente, nel bel mezzo di una cerimonia, ma al suo ingresso tutti fuggono terrorizzati. Non capendo il motivo del loro orrore si avvicina a ciò che crede essere una porta e vede una figura odiosa, in decomposizione. La porta è in realtà uno specchio e la creatura che vede davanti a sé non è altro che la sua figura riflessa.

L’orrorifica intro del brano sfocia presto nel più acido sinfonismo crimsoniano, col sax di Burgess in evidenza. A calmare gli animi è la calda voce di Trueack, accompagnata da una morbida ritmica jazz e dalle tastiere e i cori di Timms. Al giro di boa, però, avanza fiero un incalzante heavy prog sostenuto dalla chitarra di Williams che poi sfuma nell’atmosferico finale.

Chiudono il primo disco gli svedesi Simon Says con il brano The Wailing Wall ispirato al racconto del 1925 The Unnamable (L’Innominabile). Nel breve brano due amici si incontrano in un cimitero; uno dei due racconta all’altro di un’entità invisibile che sembra infestare il cimitero e la casa vicina. Più tardi, questa presenza li attacca: entrambi sopravvivono ma riportano i segni dell’aggressione di una creatura con corna e zoccoli. Essi sono in grado di descrivere la mostruosa creatura: un ammasso di melma gelatinosa informe capace di assumere infinite forme.

Lo strumentale dei Simon Says sarebbe un classico esempio di prog sinfonico se solo non fosse affidato alle ottime percussioni di Renström e Jarlhed e alla chitarra di Hallberg. Un brano sapientemente posto a chiusura del primo atto.

Ad aprire il secondo disco sono gli argentini Jinetes Negros impegnati con Hypnos, brano ispirato alla breve storia scritta nel 1922 e pubblicata nel 1923. Il racconto narra di uno scultore che ha paura di addormentarsi. Tutto ha inizio quando lo scultore incontra uno strano uomo, ne fa la sua conoscenza e decide di condividerne l’alloggio. Il nuovo inquilino trasmette allo scultore tutta la sua conoscenza sui misteri dell’Universo. Presto, però, iniziano a trascendere nell’ignoto grazie anche ad alcune droghe. A seguito di uno strano episodio l’amico dello scultore consiglia di evitare di addormentarsi. Ogni volta che si addormentano invecchiano rapidamente attraversando incubi terribili. Un giorno l’amico non si sveglia e lo scultore sviene. Al suo rinvenimento l’artista si trova in casa la polizia e i vicini che affermano di non aver mai visto nessun altro oltre lui. Nella stanza, però, lo scultore scorge una statua del suo amico con alla base l’incisione “Hypnos” (il dio del sonno della mitologia greca).

Un esplosivo brano prog metal, innescato dai riff di Penney e dalle tastiere di Stampalia, che via via si avviluppa su se stesso con ritmiche serrate e cori gotici. Brevi parentesi atmosferiche raccordano le diverse soluzioni musicali e lasciano apprezzare il gradevole suono della lingua castigliana.

Gli austriaci Blank Manuskript sono gli autori di Beast In The Cave, brano ispirato all’omonima storia scritta da Lovecraft all’età di quattordici anni. Durante la visita a Mammoth Cave, il complesso di grotte più lungo al mondo, un uomo si perde. Presto la sua torcia perde potenza, sente passi non umani avvicinarsi a lui e, pensando che potesse essere un animale di montagna o qualcosa di simile, getta una pietra nella direzione da cui provengono i rumori. La pietra colpisce l’animale che cade a terra. Quando finalmente una guida turistica trova l’uomo rivolge la torcia sull’animale morente, scoprendo un uomo pallido e deforme che si era perso nella grotta anni prima.

I suoni vintage degli austriaci tracciano le linee di un infuocato heavy prog dalla forte componente sinfonica. Il contributo di Wallner all’Hammond è quanto di più prossimo alla musica impressionistica di Vescovi sia stato prodotto negli ultimi anni. Ad irrobustire il suono ci pensano la graffiante chitarra di Perera Villanueva e la vivace ritmica di Wohlmuth e Schönegger.

La giovane band ligure La Coscienza Di Zeno realizza il brano Colofònia che si rifà alla storia The Music of Erich Zann (La Musica di Erich Zann), pubblicata da Lovecraft nel 1922. La storia narra di uno studente che affitta una camera a buon mercato in una parte della città che non conosce. Nello stesso edificio vive un vecchio, violinista muto tedesco: Erich Zann. Zann, che vive al piano superiore, suona ogni notte strane melodie. Lo studente fa amicizia col vecchio violinista e scopre che lui suona per mantenere alcune terrificanti creature lontane dalla sua finestra, che non si affaccia sui tetti della città, ma su un oscuro abisso.

L’intro del brano lascia trapelare la natura cinematografica, evocativa del sound de La Coscienza di Zeno, perfetta sintesi di sonorità vintage e passione progressiva dal taglio contemporaneo. L’elegante testo di Agnini viene ampiamente valorizzato dalla performance canora di Calandriello. Le tastiere nocenziane rifiniscono i contorni oscuri del brano, mentre la chitarra di Serpico aggiunge consistenza e solennità.

Il tastierista dei Camel Guy Le Blanc è l’autore di Beyond The Wall Of Sleep (Oltre il muro del sonno), brano influenzato all’omonima storia in cui un misterioso Dio umano viene esiliato da un suo ancor più misterioso nemico, che risiederebbe dalle parti di Algol, stella il cui nome di origine araba, ha un significato demoniaco: al ghul, “il Demone” o “l’Orco”. Alla fine l’essere divino riuscirà a liberarsi dalla sua prigione corporea e a vendicarsi. Una supernova brillerà nei cieli della Terra vicino ad Algol, pochi giorni dopo, segno della compiuta vendetta celeste.

Il brano è senza dubbio uno degli episodi più luminosi di questo triplo album. Uno strumentale interamente composto e suonato da Le Blanc che si fa in quattro tra Hammond, Moog, synths, chitarra, basso e batteria.

I canadesi Ars Ephemera si affidano all’estro di David Myers che compone questo The Other Gods (Gli altri Dei). Il brano, ispirato all’omonimo racconto, vede Barzai il Saggio, un sommo sacerdote e profeta molto legato alla tradizione degli “Dei della Terra”, scalare la montagna di Hatheg-Kla per guardare con i suoi occhi gli Dei, accompagnato dal suo giovane discepolo Atal. Dopo aver raggiunto il picco, Barzai sembra all’inizio felicissimo fino a quando non scopre che gli “Dei della Terra” non sono lì da soli, ma sono sorvegliati da “Altri Dei, gli Dei degli inferi esterni che fanno da guardia ai deboli Dei della Terra”. Atal fugge e non incontrerà mai più Barzai.

L’ensemble canadese dà vita ad un eclettico strumentale che, per forme e soluzioni adottate,  si rifà al classicismo dei Gentle Giant e alle più fiabesche atmosfere crimsoniane. Un piccolo gioiellino!

Attilio Perrone firma lo strumentale Topi Nel Muro, pezzo ispirato all’omonimo racconto (The Rats in the Walls) scritto nel 1923 e pubblicato nel 1924. Un rampollo della famiglia Delapore, si trasferisce dal Massachusetts ad Exham Priory, nell’ancestrale tenuta della sua famiglia in Inghilterra. Qualche giorno dopo il trasloco il protagonista e il suo gatto preferito, “Nigger-man”, sentono degli strani suoni, come di topi che zampettano dietro ai muri ripetersi tutte le notti. Indagando, il giovane scopre che nei sotterranei dell’abitazione vi è una terrificante città e che in passato la sua famiglia nutriva gli abitanti con carne umana, fino ad arrivare ad allevare esseri umani come bestiame, facendogli perdere l’intelligenza regredendoli al livello animale. Questa scoperta scuote il giovane che impazzisce e che, guidato dall’istinto derivatogli dalla propria cannibale eredità, uccide uno dei suoi compagni lo divora. Pur proclamando la propria innocenza, l’uomo viene rinchiuso in un manicomio dove continuerà ad affermare di sentire rumore di topi nel muro.

Il pianoforte di Perrone sembra giocare sul doppio filo “topi nel muro”/”topi nel piano”. Il virtuoso pianista ricrea l’onomatopeico zampettio dei topi in un brillante e vivace jazz rock.

I greci Ciccada si cimentano con The Statement, brano ispirato al racconto del 1919/20 The Statement Of Randolph Carter (La dichiarazione di Randolph Carter). La storia, narrata in forma di flashback, parte con il ritrovamento di Randolph Carter in una palude in preda ad un’amnesia. Un suo amico, Harley Warren, un occultista visto per l’ultima in sua compagnia, è scomparso. Riacquistata la memoria, Carter scrive la sua deposizione nella quale dichiara che Warren aveva trovato un portale tra il loro mondo e un mondo sotterraneo, sito in un antichissimo cimitero. Warren vi era sceso rimanendo in contatto con Carter attraverso un’apparecchiatura telefonica. Alcuni minuti dopo Carter lo sentì urlare e poi nient’altro. Carter continuò a chiamare il nome di Warren senza ricevere risposta fino a quando dall’altro capo del filo una voce profonda e non umana gli rispose: “Idiota, Warren è morto!”.

Il folk prog mediterraneo dei Ciccada si tinge qui del più oscuro e pesante sinfonismo crimsoniano, evocando specie nelle parti cantate e nell’utilizzo del mellotron gli ultimi Anekdoten. I contributi di Nikolopulos al flauto e al sax tenore, e della Boudouni al violino rendono ancor più ricco il sound della band, che non disdegna anche ritmiche e sfumature jazz.

Chiudono il secondo disco i norvegesi D’Accord con il brano The Doom That Came To Sarnath, tratto dall’omonima breve storia del 1920. Secondo il racconto, più di 10.000 anni fa, un gruppo di pastori aveva colonizzato le rive di un lago dando inizio alla fondazione della città di Sarnath. I coloni però non erano soli. Dall’altra parte del lago c’era l’antica città di Ib, abitata da una strana razza giunta dalla luna, con pelle verde, occhi sporgenti, labbra molli, orecchie curiose e senza voce. Questi esseri adoravano una strana divinità conosciuta come Bokrug il dio Lucertola. Disgustata dal loro aspetto e dalla figura del Dio Lucertola, la gente di Sarnath uccise tutti gli abitanti di Ib prendendo il loro idolo come trofeo. La notte successiva l’idolo scomparve in circostanze misteriose, e Taran-Ish, il gran sacerdote di Sarnath, venne trovato morto accanto all’altare, sul quale aveva fatto in tempo a scrivere “Doom”. 1.000 anni dopo, nell’ormai decadente Sarnath, vengono invitati dei nobili provenienti da terre lontane per celebrare l’anniversario della distruzione di Ib. Quella stessa notte le celebrazioni vengono interrotte da strane luci sul lago, da una pesante nebbia e da un improvviso innalzamento del livello delle acque. Gli abitanti della città fuggono impauriti. Al loro ritorno trovano solo macerie, lucertole d’acqua e l’idolo del Dio Lucertola.

Fedeli al loro copione i D’Accord danno vita al classico prog sinfonico in stile Genesis, trascinati dalle tastiere di Horn, dalla chitarra di Sund e dal flauto e dalla bella voce di Maage, il cui timbro ricorda in maniera impressionante Colin Catt dei Raw Material.

Gli italiani Sithonia aprono il terzo ed ultimo disco con I Gatti di Ulthar, brano suggerito dall’omonimo racconto del 1920/21. Nella città di Ulthar, un contadino e sua moglie hanno l’abitudine di intrappolare e uccidere i gatti. Gli abitanti del villaggio hanno timore a parlare contro di loro. Un giorno, una carovana di viaggiatori attraversa Ulthar. Con loro c’è un bambino di nome Menes che ha perso tutta la sua famiglia e il cui unico amico è un gattino nero. Il gattino scompare misteriosamente. Menes si mette alla ricerca, ma i cittadini di Ulthar impietositi gli raccontano la storia dei due contadini. Menes precipita nella disperazione più nera, ma poi si rianima e raccogliendo tutte le sue forze mentali si rivolge al cielo con una lingua che nessuno poteva capire. La sua apparente richiesta provoca un curioso fenomeno atmosferico, e le nuvole durante la preghiera del bimbo assumono la forma di esseri umanoidi incoronati; poi la magia illusoria svanisce. La notte dopo i nomadi lasciano Ulthar, e con loro spariscono anche tutti i gatti. L’indomani però i gatti ritornano ben nutriti e soddisfatti. Nel frattempo i due contadini sembrano essere spariti nel nulla. Nei giorni seguenti il sindaco e una delegazione di cittadini entrano nel cottage dei contadini e scoprono i due scheletri. Da quel giorno la città di Ulthar adotta una legge che vieta l’uccisione dei gatti.

Il brano è un prog sinfonico dalla doppia anima: all’atmosferica e ariosa parte iniziale si contrappone uno sviluppo più oscuro e tormentato, solo in parte smorzato dal canto di Giovannini e dalle tastiere di Dasasso e Nannetti.

Seguono i Daal, Alfio Costa e Davide Guidoni, con lo strumentale The Call Of The Cthulu, brano che si rifà ad uno dei più famosi racconti di Lovecraft,Il richiamo di Cthulu”, scritto nel 1926 e pubblicato per la prima volta nel 1928. Uno studioso trova il diario di un suo antenato che contiene un bassorilievo di un essere innaturale. Alcuni antiquari identificano l’immagine come la rappresentazione di Cthulu, una creatura maligna. La scultura è opera di un artista contemporaneo, lo scultore Wilcox, che ha riprodotto l’essere visto in un incubo spaventoso. Lo studioso scopre che, quella stessa notte, numerosissime altre persone in varie località hanno avuto incubi analoghi, fino ad impazzire. Dai diari di un marinaio, Gustaf Johansen, il protagonista scopre che l’uomo, insieme all’equipaggio della sua nave, era sbarcato su un’isola affiorata dal nulla vicino all’Antartide, risvegliando temporaneamente, nella spaventosa città morta di R’lyeh, il mostruoso dio Cthulu.

Il progetto di Costa e Guidoni è forse quello che presenta più affinità con la natura di questa tripla opera. Le oscure macchine di Costa creano scenari terrificanti e tenebrosi, resi ancor più tragici dalla marziale struttura ritmica di Guidoni.

I finlandesi Kate realizzano Dream-Quest To The Unknown Kadath (La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath) derivato dall’omonimo romanzo del 1926/27 che narra l’avventura di Randolph Carter nella Terra dei Sogni. Qui il protagonista viene spinto dal desiderio di vedere gli Dei che abitano sul misterioso monte Kadath, nel deserto di Leng. Dopo incredibili avventure in questo mondo, a tratti grottesco e surreale, Randolph affronta il tremendo “Caos Strisciante”, Nyarlathotep, messaggero degli “Altri Dei”. Con un inganno, viene condotto a dorso di un orrido Shantak verso i gorghi stellari, dove con l’aiuto di Nodens, dio benevolo e primordiale, e del gas violetto S’ngac, riesce a sfuggire alla furia distruttiva del dio.

Il duo finlandese predilige per il brano soluzioni acustiche, soprattutto nella prima parte, con chitarra, mandolino, percussioni e batteria. In seguito, però, sono le tastiere di Niemelä ad avvolgere in un’oscura spirale l’ignaro ascoltatore.

La band argentina dei Nexus dà il suo contributo The Colour Out Of Space (Il colore venuto dallo spazio), creato sulla base del racconto del 1927, ritenuto da Lovecraft la sua migliore opera. Tutto comincia con la caduta di un meteorite, che si conficca nel terreno vicino al pozzo della fattoria di Nahum Gardner, circondata da fertili frutteti e situata al centro di quella che poi diventerà la “terra folgorata”. Il meteorite è ancora caldo e di notte emette una debole luminescenza. Ricercatori universitari si recano sul luogo per analizzare il meteorite, che però velocemente evapora fino a scomparire del tutto. Il caso viene archiviato dai ricercatori, ma al successivo raccolto, frutti e ortaggi arrivano a dimensioni eccezionali. Per quanto magnifici e appetitosi, non sono assolutamente commestibili. Durante l’inverno alcuni segnali rivelano che qualcosa non va nella zona: impronte strane lasciate da piccoli animali del bosco sulla neve. In primavera, con grande anticipo sulla stagione, cominciano a fiorire piante mai viste di un colore impossibile descrivere. Il delirio cromatico della vegetazione aumenta sensibilmente e nell’aria c’è inquietudine. Uno strano morbo stermina il bestiame e distrugge l’intera famiglia Gardner (il figlio scompare, la moglie impazzisce). Il meteorite sembra essere portatore di un’essenza maligna che prosciuga la vita e il senno degli esseri viventi.

Le sonorità sinfonico-spaziali di questo avvincente brano strumentale si riallacciano perfettamente al racconto horror/fantascientifico di Lovecraft. L’enfasi iniziale e gli sviluppi successivi sono ben distribuiti tra i passaggi di organo e synth di Huber e dell’epica chitarra di Lucena, prontamente sottolineati dall’ottima sezione ritmica.

Gli italiani Safarà sono gli autori di Calendimaggio, composizione che si ispira al racconto del 1928 The Dunwich Horror (L’orrore di Dunwich). Nel racconto si narra la storia di Wilbur Whateley, figlio di una donna deforme e di padre ignoto. Nessuno assiste alla nascita, solo suo nonno, che poi lo crescerà insieme a sua madre. Wilbur cresce a velocità anormale, ed è completamente sviluppato già all’età di dieci anni. Crescendo il nonno lo inizia ai rituali oscuri. Accortosi che la versione del Necronomicon ereditata dal nonno è priva di alcune parti utili per completare una cerimonia blasfema, decide di andare a cercare la versione completa alla Miskatonic University. Nel tentativo di rubare la copia dalla biblioteca universitaria viene attaccato e ucciso da un cane. Il suo corpo si decompone velocemente. Nello stesso momento la sua  fattoria esplode e un mostro enorme ma invisibile distrugge tutto ciò che trova. Alla sua uccisione la verità viene rivelata: il mostro è il fratello gemello di Wilbur, che presenta lo stesso aspetto del padre.

Calendimaggio è una piacevole sorpresa. Un prog sinfonico delicatissimo e vagamente jazzato. Soluzioni e incastri vocali deliziosi, merito della splendida voce di Francesca Saccol, addolciscono anche i passaggi più oscuri ampliandone lo spettro sonoro e favorendone la stratificazione.

I brasiliani Aether e gli italiani Goad presentano due brani ispirati al romanzo At The Mountains Of Madness (Alle montagne della follia), scritto da Lovecraft nel 1931 ma pubblicato solo nel 1936. Su una catena montuosa in Antartide vengono rinvenuti i resti di alcune forme di vita antiche. Un geologo e il suo assistente di viaggio sono lì per scoprire se gli esseri umani sono stati utilizzati per esperimenti scientifici inspiegabili. Trovano anche una città apparentemente abbandonata costruita con proporzioni non umane. Grazie alle statue e ad alcuni affreschi capiscono che questi “Antichi” hanno dato vita all’umanità con l’aiuto di alcuni esseri artificiali, gli Shoggoths. La spedizione continua con gli esploratori che si trovano a vivere esperienze terrificanti e assurde.

Gli Aether si affidano principalmente alle chitarre di Brazil (debitrice tanto di Gilmour quanto di Latimer) e alle tastiere di Curi, protagoniste assolute del brano.

Ai fiorentini Goad il compito di chiudere l’opera con la bonus track At The Mountains Of Madness. Non nuovi ad operazioni di questo genere e per di più ben allenati a lavorare di fantasia sui racconti horror di Lovecraft e Poe, i Goad confermano al meglio la loro natura gotico-sinfonica.

L’opera non potrà non deliziare tutti gli appassionati di progressive moderno e, in particolar modo, coloro che amano la fantasia più oscura. Un lavoro che travalica ampiamente i confini musicali elevandosi a status di opera d’arte totale.

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