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“The Sun Is New Each Day” – Il making of dell’esordio discografico degli Armonite

Armonite - The Sun Is New Each Day - Making of

A dir la verità, quest’album è troppo, davvero troppo denso: è tale la quantità di informazioni, energia e sorprese che ci abbiamo stipato che quando lo ascolti, “boom!” non può che sbottare. Ma se vi dico che vengo da 15 anni di astinenza, capirete perché. Nel 1999 facevamo gli originali, i funamboli, quelli col violino elettrico + basso, batteria e tastiera… Ma che razza di genere è?!? Lasciamo perdere, va’, ché è meglio: ho l’età per abbandonare i voli pindarici e trovarmi un lavoro. E allora giù, a testa bassa, barcamenandomi tra iniziative di dubbia gratificazione economica. 15 anni di astinenza. Non una nota una.

Le giornate si arrovellano così, in quella fucina di business, start-up e incubatori di idee che è Milano. Videogame, app, smartphone, marketing, developing. Il mio cervello ha tentato la fuga a San Francisco – raccogliendo il fiore di quell’esperienza, e poi è tornato all’ovile. Ah sì, la congiuntura economica. Ma intanto le giornate si arrovellano così e nessuno mi regala uno spicchio d’anima.

Il fatto è che io sono un compositore e questo rende molto complicato il mio modo di sentire.

Il mercato continua a strillare, ma io ci faccio l’orecchio; lo sento solo se mi va. Delle cose, e delle persone, voglio tornare a sentire l’anima.

Mi serve un progetto semplice da cui ripartire, che mi consenta di produrre musica con urgenza. Così mi sono tornati in mente gli Armonite. 15 anni dopo. Jacopo è diventato un professionista, tecnica classica, spirito ribelle: i migliori. Fondiamo una nuova band, mutuando il nome dalla nostra vecchia. Avevo addensato una tale quantità di pensieri che non riuscivo più a contenerli. Troppi, sicuramente troppi.

Ingredienti: hard rock con accenni di elettronica, classica e world music, condito da progressive metal e un pizzico di cultura pop. E la confezione? Un sound che possa in qualche modo avvicinarsi a un pubblico eterogeneo, agganciando, se possibile, anche una fascia di ascoltatori non avvezzi.

A Paul Reeve, collaboratore dei Muse, abbiamo scritto: “Vogliamo un suono curato, potente, moderno, aggressivo, al passo coi tempi e, soprattutto, originale. Ci puoi aiutare?”. E lui ha accettato la sfida. Mastering agli Abbey Road Studios.

“Che genere fate?” ci chiedono, come se fosse facile rispondere. Non so! (Forse per questo fatichiamo a trovare una collocazione). “Allora fate prog…”. Mi piacerebbe, ma il prog oggi è un genere codificato, a volte imbrigliato nei suoi cliché, un po’ manierista. Se facciamo prog, non è quel tipo di prog. E risultiamo destabilizzanti, perché è difficile affibbiarci un genere.

Fatto sta che quest’album, quando è uscito, ha liberato una pentola a pressione: là dove la vita mi ha bollito a fuoco lento non avevo più spazio. E a un certo punto, “boom!” il coperchio è saltato insieme a tutto quello che c’era dentro. Che non è necessariamente un bene, ma almeno spero sia per tutti liberatorio come lo è stato per me.

Paolo Fosso, gennaio 2016

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One comment

  1. riuscire a fare una sintesi penso che chi ama la musica e sa che puo’ dire qualcosa.quando sa che puo’ trasmettere attraverso la musica sensazioni forti lo deve fare senno’e’un folle

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