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“Di forzature di limiti, picchi dell’aquila e altre sconcezze” – Intervista a Claudio Milano

HP: Dopo una lunga (ma giustificata) attesa, il cantante, autore, musicoterapista e performer Claudio Milano fa nuovamente tappa ad Hamelin nello spazio “L’artista racconta”. Ciao Claudio, bentornato!

C.M.: È piacere mio, hai pazienza? Forzare i limiti è forzare e riformare la pazienza di chi accondiscende, talvolta. (Attento a non restare col culo per terra, Claudio).

HP: Negli ultimi tre anni hai fatto perdere le tue tracce, preso dall’intensa attività artistica che ti ha portato a girare freneticamente l’intero “stivale”. Starti dietro non è certo facile, ma è ancor più difficile tracciare le tappe del tuo articolato percorso artistico. Dove sei stato e cosa hai fatto in questi anni?

C.M.: Ho vissuto prevalentemente tra Lazio e Friuli. Nella prima regione e a Roma in particolare ho cercato di mettere radici, con molte esperienze formative d’interesse (per me perlomeno): collaborazioni con Erica Scherl, Raoul Moretti, Nicola Alesini, Marco Lo Muscio, Bruno Romani Trio e Ivano Nardi, Coucou Sèlavy, Pierpaolo Spirangle Caputo, Saveria Savidya Shukantala, Antonio Tonietti, Paolo Paolacci, Dunwich (Claudio Nigris), Francesco Passarelli, Alessandro Palma, Stefano Petroni, Agrapha Dogmata (Seravalle/Bulligan/Ghirardini/Della Longa/Tusini), Piero Chianura, Dalila Kayros, Paolo Tofani, Vincenzo Zitello, Paolo Carelli; decine di incontri estemporanei; condivisioni di vita con musici e sotto lo stesso tetto (SIRIO, Sandro Abbondanza dei Clepsydra); quartier generali (il chiosco Fischio, in Piazzale degli Eroi, gli studi di registrazione Be Sound e 3rd Ear Lab 3.0); percorsi come didatta presso il Teatro Ghione, il Teatro Ivelise e la Scuola Sogni di Palcoscenico. Un’esperienza che ad ogni modo non ha avuto esito “permanente”. La seconda regione è stata quartier generale da dove muovere i miei passi a seguito della lunga avventura sonica e umana (iniziata nell’Agosto del 2013) maturata con Vanni Floreani e i suoi sodali diretti e non. Floreani è cantautore, polistrumentista ed etnomusicologo titolare di un’Associazione Culturale, Furclap, assai attiva a livello internazionale. Grazie a lui ho riscoperto la musica popolare, quella folk, cantata con idiomi diversi (napoletano) in giovanissima età, ma mai amata particolarmente. Vanni me l’ha fatta scoprire in una dimensione “altra”, quella dei canti patriarchini di origine Medievale, studiati nell’accezione originaria e poi rivisti con l’impiego di linguaggi jazz, elettronici, elettrici e d’improvvisazione a tratti guidata, ad altri tout court. A lui sono stato introdotto da Paolo Tofani con cui ho attivato una collaborazione ininterrotta, a partire dal 2011. Grazie a Floreani ho conosciuto l’umanità e la professionalità grandi di Evaristo Casonato, fiatista che assieme ad Erica Scherl (violinista del validissimo duo Interiors) è stato pilastro essenziale per delineare le trame di un mio nuovo progetto musicale, “INCIDENTI”, titolato a NichelOdeon/InSonar e ad altre sigle (accorpate nell’unica dicitura “Relatives”). Con noi in Strepitz, lo straordinario talento ritmico e timbrico di Ermes Ghirardini, foriero di un’esuberanza raramente incontrata, Antonia Duse Werning (virtuosa dell’uilleann pipes), Lorenzo Marcolina, Cristina Spadotto, Compagnia Daltrocanto, Paolo Viezzi e decine di nomi che si sono alternati nel tempo. Furclap ha dato origine a più progetti ai quali ho preso parte: Strepitz Open Project, SOUNDStories, Sguardo Verso il Cielo (con Tony Pagliuca), performance futuriste, laboratori di canto corale per immigrati politici e per la terza età, carole natalizie nel gelo della Carnia e di tutta Italia (per chiese, strade, piazze, istituti geriatrici, presepi), estemporanee manifestazioni sonore in osterie (tappa frequente Il Vecchio Stallo di Udine). Si è stati in estrema sintesi oltre in Friuli (Museo Schmidl di Trieste, Folkest, Palamostre di Udine), in Veneto (Chiesa di San Leonardo di Venezia), Liguria (Fiera Internazionale della Musica), Lombardia (Teatro Testori di Milano), Campania (Duomo di Salerno, Area archeologica di Elea-Velia), Lazio (Chiese di San Marcello al Corso e dei Ss. Quirico e Giulitta), Sardegna (Giardino delle Pietre Sonore di Pinuccio Sciola), a Belfort (Francia, nel Centro Coreografico Internazionale), a Belgrado (Serbia, per il DADA on Tour Festival), a Zara (Croazia, presso il Palazzo dei Rettori).

Ho inciso per dischi di Paul Roland, Maisie, La Curva di Lesmo, Raoul Moretti, Alfa Neu, Crysalys, Piero Chianura, album tributo a Cattaneo, Hammill/VDGG, collaborazioni mai pubblicate.

Ho tenuto workshop vocali in tutta Italia (anche all’Omaggio a Demetrio Stratos, rassegna che mi ha visto più volte tra partecipanti e come ospite) per attori e cantanti, sul legame tra voce parlata e voce cantata, interpretazione.

Ho continuato la mia partecipazione a Festival (Jonio Jazz) e ad eventi specifici (La voce di Demetrio. Il “pensiero vocale” di Demetrio Stratos 35 anni dopo “Il concerto”, a Novara, Casa Bossi) in cui mi sono esibito per sola voce “a cappella”, o con la partecipazione di musicisti, attori e pubblico incontrati in loco.

Una menzione a parte merita un’ulteriore collaborazione con l’artista visivo e performer Marc Vincent Kalinka, come autore di musiche per l’installazione “Apostasia della Bellezza”, esposta alla Galleria Civica di Žilina (Slovacchia) e in giro per l’Europa.

HP: Tra gli ultimi tuoi impegni figurano il doppio album live degli Strepitz Open Project, che ti vede nuovamente a lavoro con il grandissimo Paolo Tofani, e un disco in quartetto con Lazzara, Pietropaoli e Guidoni. Ti va di illustrare queste due nuove fatiche?

C.M.: Un saluto a Paolo, che da poco ha compiuto gli anni (in stretta concomitanza della pubblicazione per Dark Companion del suo album live assieme a Keith & Julie Tippett, Lino Capra Vaccina) ed ora è in India. Il primo disco contiene due sole lunghe tracce in cui sono coinvolto, entrambe frutto di in una delle due date a Belfort ed editate nella sezione d’applausi di mezzo. Ambedue sono state registrate su unica traccia da mixer e dunque non recano alcun edit/mixing che non sia ciò che le unisce in una sorta di Medley in due blocchi. Gran parte del CD è tratto invece da una magnifica performance precedente alla mia partecipazione al progetto, registrata su tracce separate, editate, “effettate” e “mixate” da Pierpaolo Caputo , in seguito sottoposte a mastering. Non parlerei di “fatica”, a Belfort il pubblico è stato assai caloroso e la crescita esponenziale del numero di persone che ci ha seguito è stata testimonianza di interesse vero. Nel pubblico della seconda serata c’era anche la mia amata Brigitte Fontaine. Era un periodo in cui nell’ambito di Strepitz c’era ancora discreto spazio dedicato all’improvvisazione e dunque mi sono divertito molto. Di quell’album amo la versione del canto patriarchino Aghe Aghe Benedete, probabilmente la migliore di cui io abbia documento.

Il lavoro con Lazzara, Pietropaoli e Guidoni mi è stato introdotto da Salvatore (Lazzara). Ero in un periodo in cui accettavo di buon grado collaborazioni su disco, cosa col tempo andata a spegnersi in seguito alla chiusura dello studio di registrazione Karma Room di Mimmo Frioli, a Fragagnano, paese dove ora risiedo. Quel posto è stato per me e per diversi anni un autentico laboratorio. La sezione strumentale del disco era pressoché conclusa quando Lazzara mi ha contattato via Facebook. Ho trovato gli scenari “dipinti in musica” dal trio assai suggestivi e ho pensato di operare in modo diverso su quattro delle otto tracce del CD. Due le ho orchestrate per voce su spartito, grazie alla profonda suggestione che ne ho tratto e delle bellissime liriche di Salvatore. Le altre due le ho gestite in modo null’affatto dissimile da quelle del mio lavoro con Marco Tuppo per InSonar. Vi ho studiato “sopra” delle linee vocali, pur non avendo metronomo di riferimento e mi sono concesso la possibilità di improvvisarvi abbondantemente e con slancio emotivo. Le due tracce scritte su spartito muovono a partire dal lavoro di Olivier Messiaen per organo. Le ho in parte re-incise, completate e integrate con altre mie voci, una partitura per sintetizzatori quasi unisoni, drones ed elettronica. Saranno parte con altro titolo, del primo dei due capitoli a nome “INCIDENTI”. Anche in questo caso, nessuna fatica, anzi, grande volontà di mettersi in gioco e di affrontare nuove prospettiva nell’ambito della composizione/esecuzione.

HP: Da NichelOdeon a NichelOdeon/InSonar, a NichelOdeon/InSonar & Relatives. In che modo continuano ad evolversi i tuoi progetti multimediali?

C.M.: La mia musica non è più eseguita da qualche anno in qua. Ho avuto delle formazioni più o meno stabili con cui ho fatto percorsi sulla base di quanto da me scritto, tra il 2005 e il 2015. Oggi quei percorsi sono occasionali, pari ad “accadimenti”, incidenti di percorso più o meno gradevoli. “INCIDENTI” sta dunque per “incontri” (e scontri) ma fa anche diretto riferimento all’incisione in studio, perché è qui che la mia vita musicale (progetti Furclap a parte) si è risolta in buona misura, dal 2015 in poi. Oggi NichelOdeon/InSonar & Relatives siamo io e il sound designer  Paolo Siconolfi che considero per ovvie ragioni di merito assoluto, comprimario del progetto. Lui ha i miei progetti musicali, li custodisce e vi lavora con cura. È una persona che merita rispetto, anche perché chi incide (complice anche uno come il sottoscritto “che forza i limiti”) non sempre ha le energie per una psicoterapia in musica e chi se la deve sciroppare a nome di tutti, è Paolo. Per me lo studio di registrazione è strumento aggiunto e indispensabile, è idiota non considerarlo tale. In merito al mio percorso live, lontano dal mio ambito ho cantato in contesti tra i più disparati preparandomi ad affrontare cose mai immaginate neanche lontanamente in precedenza, cantando in lingue che non conoscevo. Mi auguro di aver portato sensibilità in un’equalizzazione ambivalente. Nei miei prossimi capitoli discografici ci saranno brani titolati a NichelOdeon, ad InSonar, al progetto estemporaneo This Order e a tante collaborazioni durate il tempo di una o poche sessioni. Lo spettro di visione si è enormemente allargato grazie anche al mio lavoro in ambito di recitarcantando e come sceneggiatore per piece di teatro-musica di mia ideazione, “Moralità Poesia o Bellezza”, dedicata a Pasolini, su tutte. Questo al punto che ogni sigla oggi mi suona “stretta”. NichelOdeon e InSonar sono però i nickname con i quali la mia scrittura e la mia voce sono arrivate ad un pubblico. Oltremodo Claudio Milano è nome difficilmente recuperabile in rete. Qualsiasi Claudio che abbia una florida attività commerciale a Milano nutre di visibilità più diretta, per non parlare di omonimie nel campo della moda a Miami, nelle onoranze funebri a Gioia del Colle e così via dicendo. La sensazione è che il mio percorso stia volgendo ad una sorta di smembramento, come nel finale de “Il Profumo” di Patrick Suskind. Procederò a un nuovo concentrato. Nutro un grande desiderio di ritornare a propormi dal vivo con una formazione stabile (Erica Scherl, Evaristo Casonato, l’ho detto, hanno avuto un ruolo enorme per queste incisioni), al tempo stesso amo lavorare come performer di teatro-voce. In questo momento “voglio stare bene”, per citare un magnifico e misconosciuto brano prog cantato dalla Sig.ra Mina Mazzini (per la quale sto curando una monografia), qualunque cosa arrivi.

HP: Col marchio NichelOdeon/InSonar & Relatives stai lavorando ad un nuovo album, “INCIDENTI”. Puoi anticipare qualcosa?

C.M.: “INCIDENTI” è un progetto strutturato in due uscite che vedranno la luce a distanza ravvicinata di (spero) un anno. Il primo è disco di composizioni scritte su carta e in questo caso arrangiate in buona misura da me. Si tratta di un lavoro ampiamente cosmopolita al quale ho iniziato a lavorare prima ancora della pubblicazione del disco “Ukiyoe (Mondi Sommersi)” del 2014 (partorito e pubblicato in meno di un anno, come il precedente). Mai come questa volta, forte di esperienze maturate in campi musicali prima a me estranei, ho voluto dar voce a tutto quello che ho esperito in musica sin da bambino. Il rock e il pop questa volta sono espressi in una quantità di declinazioni difficilmente sintetizzabile in parole (psichedelia, progressive, Canterbury, RIO, zeuhl, noise, heavy metal e sottogeneri, gothic, synth-pop, no wawe, math rock, doom, stoner, EBM, dubstep, “ex musica leggera”...), a loro volta mescolate con cantautorato, classica antica e contemporanea, jazz classico e nuovo jazz, musica etnica, folk, musical, avanspettacolo, musica elettronica (ambient, drones, soundscapes, dance), cartoon music, soundtrack music, teatro puro. La forma è organizzata nella struttura-canzone, nell’ottica di esplosi della stessa, in arie liriche, Cantate, musica strumentale (notevolmente ridimensionato il ruolo della voce, non più principale traino, ma comunque indagata in ogni sua possibile emissione). C’è il ricorso a musica tonale, atonale, seriale, aleatoria, cacofonica, istant composing, il tutto senza alcuna adesione dichiarata ad uno dei singoli sistemi. Si è cercato di agire nella creazione di un’idea spaziale del suono, girando dentro, attorno alla concezione di armonia. Ogni voce in qualità di strumento (più spazio è stato dato questa volta a voci estranee alla mia, pur registrata prima di qualsiasi altro strumento, “senza rete”), ogni strumento in qualità di “voce”, si muovono seguendo geometrie tali da creare incontro, scontro (incidenti…), linguaggio plurimo che ascolta l’altro oppure segue un proprio filo conduttore non tenendone di conto. Si alternano puntillismo sonico ad astrattismo, impressionismo, violento espressionismo, tardo romanticismo, in un’ottica tridimensionale, resa dal movimento armolodico, dalla spazializzazione, l’uso di effetti e ambienti che cambiano in un batter di ciglia. In forma di un lungo Medley (oltre trenta minuti) e come citazioni sparse, sono raccolti un centinaio di temi musicali dall’Alto Medioevo ad oggi. Oltre a mie liriche, sono presenti scritti di Salvatore Lazzara, Peter Hammill, citazioni da Pier Paolo Pasolini (“Profezia”), Dino Campana e … i fantasiosi critici di “Progarchives”, che nel descrivere e con entusiasmo unanime “Ukiyoe”, hanno usato scrittura talmente bizzarra, ricca di metafore, invenzioni letterarie da risultare iperbolica. Bene, a loro è dedicata un’intera sezione di teatro-voce, fatta da citazioni delle recensioni che mi hanno dedicato.

Le illustrazioni si spera saranno mie, ho i progetti ma non ho denaro per finanziarle, dovrò almeno in questo dimensionarmi di conseguenza ma il prossimo che mi viene a dire che la Sistina ha più valore di una piccola tela e che una tela ha più valore di un Pazienza lo addento alla giugulare.

Di album doppio si tratta e per giunta di durata massiva, il mio rimane un invito ad avere una percezione del tempo “non consumata”.

Al momento 49 i musicisti coinvolti, me a parte: Paolo Siconolfi, Erica Scherl, Evaristo Casonato  con Jorge Queijo, Antonis Kalamoutsos, Paolo Tofani, Tony Pagliuca, Vincenzo Zitello, Jenny Sorrenti, Cinzia La Fauci, Marco Lucchi, Stefano Saletti, Coucou Sèlavy, Gianni Lenoci, Enzo Lanzo, Camillo Pace, Stefano Luigi Mangia, Francesca Badalini, Andrea Grumelli, Andrea Quattrini, Vittorio Nistri, Stefano Giannotti, Fabrizio Modonese Palumbo, Dalila Kayros, Stefano Ferrian, Andrea Murada, Fabio Amurri, Pierpaolo Spirangle Caputo, Antonio Tonietti, Mimmo Frioli, Giovanni D’ Elia, Danilo Camassa, Mauro Corvaglia, Domenico Liuzzi, Max Pieretti, Fulvio Manganini, Marco Tuppo, Salvatore Lazzara, Alessandro Palma, Ulisse Tonon, Sisto Palombella, Claudio Pirro, Paola Tagliaferro, Marco Lucchi, Luca Olivieri, Laura Catrani, Massimo Silverio, Lorenzo Sempio, Jody Bortoluzzi.

In programma anche un videoclip promozionale, su mia sceneggiatura, ma anche in questo caso, privilegerò al bisogno la sola musica.

Il secondo volume, è anch’esso un doppio album. Il primo è disco di istant composing per: sole voci, voce e theremin Moog, voce ed elettronica. Sogno un’ulteriore traccia su testo di Poe, ma dubito sarà possibile. Ad ogni modo le sfumature che ho chiesto al mio canto vanno oltre il dramma oscuro di “Adython”.

Il secondo dischetto di questo volume raccoglie le mie migliori interpretazioni live inedite registrate tra il 2011 e giugno 2018. Troppo presto per parlare delle persone coinvolte, ci sono fattori che non si posso spiegare in una sede come questa.

Una festa ad ogni modo, perché fotografa momenti nella manifestazione più diretta e senza artifici.

Tanta roba ma ad uscite separate e non per “mania di grandezza”, per esigenza di una semplice constatazione: “dove e come mettere tutta la mia vita in un disco (e poi un altro)? Come raccontare il mondo che ho visto e vedo, in un unico progetto?”.

Il mio amico Stefano Ferrian, musicista coinvolto nel progetto mi dice “Ma chi te la fa fare?”. Semplice, 5 anni senza pubblicare a proprio nome sono tanti per uno come me abituato alla media di un disco annuo. Pubblicare col contagocce mi lega poi al passato, io vivo nel presente. 5 anni sono un vero e proprio “ritiro per deliberare (me stesso)”. Bene, sono pronto e non chiedo alcuna assoluzione, né sconto di pena. “Tutto troppo” induce al “passo oltre”. Prego. In tutta onestà credo che essere disprezzati oggi sia solo un’attestazione di valore.

Qui un link dove ascoltare un massivo demo Medley dal CD (il link è valido per soli 7 giorni dalla pubblicazione della presente): https://soundcloud.com/user-614044165/incidenti-zapping-7-days-on-line-demo-medley

HP: Quali sono le motivazioni che spingono un artista come te a spostare l’asticella sempre un passo in avanti?

C.M.: La convinzione di non avere nulla da perdere. Quando ho iniziato a incidere, a lavorare in teatro come autore di colonne sonore e ad esibirmi con una certa frequenza (in origine anche come pianista), ho provato a lanciare un sassolino per garantirmi un pubblico seppur minimo. La cosa ha avuto un riscontro tra musicisti, addetti al settore e critica, se partecipi ad eventi come la Biennale Arte di Venezia o di Mosca e collabori con i musicisti che mi hanno dato man forte da molti anni in qua, almeno quello un minimo di attenzione la richiama. Oggi mi interessa più che mai “esprimere”. Sin da bambino le arti sono state il mio canale preferenziale di comunicazione. Non è cambiato granché. Parlare per sé stessi è demoralizzante, non trovare un canale per fare arrivare la propria voce in modo sereno, è frustrante e chi non ti ama perché non ti capisce, spera tu finisca in un angolino affinché possa darti all’ippica. Non si può mai sapere da dove e come possa arrivare del buono (l’ippica?). I miei primi due album solisti hanno avuto un riconoscimento solo in seguito alla pubblicazione di “Cinemanemico” dei NichelOdeon, questo nonostante molti brani inclusi nel disco fossero presenti nei lavori pregressi e nonostante il mio primo documento “L’Urlo Rubato” rimanga tra i miei migliori. Alcune cose accadono o no. Io posso fare solo una cosa, seminare come il più grande devoto del culto alla terra.

HP: Chiunque si avvicini ai tuoi lavori non può fare a meno di tirare in ballo l’etichetta “avanguardia”. Questa definizione ti trova ancora d’accordo o la ritieni ormai anacronistica?

C.M.: Avanguardia è un “campo” come altri. Ormai è qualcosa di codificato. A me interessa ciò che codificato non può essere in alcun modo. Il termine avant è anche sinonimo di “complessità cercata a tutti costi” cosa che non mi importa per nulla. La mia è “musica sfuggente”. Quando mi esibii con i NichelOdeon al Premio Cinque Giornate per la Musica d’Avanguardia, nel 2010, ebbi un diverbio con la giuria indecisa su chi assegnare il riconoscimento. La presidentessa creò un dibattito a conclusione del quale invitò il progetto a presentarsi l’anno successivo con qualcosa di più complesso, che rinnegasse completamente l’aspetto “melodico” del mio percorso e la cosa mi mandò in bestia, le risposi “dì che non ti piace quello che facciamo e basta”. Di fatto la nostra performance fu molto apprezzata dal pubblico, quella della vincitrice no (mentre si esibiva la quasi totalità del pubblico scomparve), ma il premio era stato già deciso “a tavolino” e certo lei era “avant”. Il ghetto accademico che ruota attorno alla definizione di prima linea creativa è ormai un falso storico che si regge sull’ignoranza. Tutto quello che non viene compreso immediatamente viene definito “avanguardista”, anche se propone la stessa cosa da tempo. Essere definito musicista d’avanguardia è per me diventato un modo in uso per sbolognarmi facilmente. “Fa fico” ma chi pronuncia quella parola lo fa per porre le distanze tra me e lui, così come fa chi mi giudica capace solo come clone vocale di qualcuno a sua scelta, come autore di canzonette con un vestito troppo pacchiano. Molti attestati di valore arrivano per noia. Se il valore non viene recepito, non me ne importa un accidente. È naturale che chi propone qualcosa che non sente in giro sa di muovere una provocazione. Io porto solo la mia esperienza, manifestazione di individuo liberamente pensante e agente (oltre che giudicante, è tristemente forma di difesa all’appartenenza, va limitata, ma è necessaria) e certo in misura diversa, tutto quello che si è detto. Speriamo si dica anche dell’altro.

HP: Nelle tue ultime analisi hai più volte posto l’accento sui termini “arte” e “artigianato” sottolineando l’abuso del primo e dando nuovo valore al secondo. A tal proposito, Claudio Milano è più artista o artigiano?

C.M.: Artigiano senza dubbio. Non ho inventato nulla di nuovo ma probabilmente ho rimescolato le carte in modo singolare. Se il nuovo vero si fosse mosso da me (forse) qualcuno affamato di denaro mi avrebbe dato già una visibilità più ampia, ma non ho poi così fiducia nel sistema di ricezione attuale, troppo pilotato da paura di rischiare. Una cosa è certa, ho una dedizione profonda e maniacale per lo studio (mediato dalla continua lettura di biografie di artisti longevi), la ricerca, per l’ossessione stessa, cose che sicuramente sono artigianali, eccezion fatta che per l’ultima che richiede attenzioni mediche.

HP: Nel presentare “INCIDENTI” hai parlato provocatoriamente di “fallimento della cultura” definendo la nostra “un’epoca che rinnega la possibilità di nuova creazione”. Ti va di chiarire il senso di queste tue affermazioni?

C.M.: Non è una provocazione. Partiamo da cose che si possono recepire in numeri, percentuali. Si reclama solo intrattenimento, poi che D’Alessio si sia definito musicista di ricerca è noto e qualcuno, Peter Gabriel tra gli altri, gli ha dato pure ragione, parlando dei suoi brani con Levin. Proviamo allora ad essere più specifici. Ricerca è rischio e non mi pare D’Alessio sia incorso in rischi diversi da trasmissione di malattie sessuali. Oggi in teatro imperversa la commedia come fu per il declino della civiltà greco antica, ben lontana da quella del Paese attuale delle isole da visitare a basso costo, ma non è detto che anche l’intrattenimento possa cercare del nuovo. Il punto è, tra Artaud e Brignano chi si espone più a rischio? Chi non vuole essere compiacente a tutti i costi dunque, Brignano, ovviamente. D’ora in poi smetto io, qui, d’essere compiacente. Se non si investono fondi, la qualità e la portata del rischio diminuiscono in maniera verticale. Ci saranno sempre dei figli di papà di buona cultura che a vita faranno ciò che a loro aggrada, sempre che non abbiano pruriti di Ego e dunque di visibilità, oggi necessaria per essere. Lo spazio per recuperare in Zona Cesarini è concluso, dacché si dimenticano anche i numi tutelari. La letteratura in Italia è ritornata in buona misura di quasi sola saggistica storico/critica, ma il suo linguaggio veicola solo contenuti. In musica vendono solo i marchi storici e certa musichetta che si auto-castra a priori. La maggioranza dei musicisti ha un altro mestiere, cosa che toglie tempo e slancio alla ricerca. La qualità generale è in vertiginoso picco discendente, si premiano gli intenti più che i risultati, inutile girarci attorno, se Miles Davis non avesse suonato un’intera vita non sarebbe mai diventato in età matura ciò che conosciamo, lo stesso discorso vale per la maggioranza dei musicisti che hanno condotto lunghe e proficue carriere, chi nega ciò ambisce ad essere considerato un genio e farebbe meglio a ridimensionarsi, per sé stesso più che altro, anche i geni hanno dovuto lavorare come dei forsennati per superare sempre sé stessi. Non solo, come detto viviamo in una società dove viene riconosciuto esclusivamente ciò che si manifesta nel momento stesso in cui è prodotto, la prossima frontiera saranno i singoli brani pubblicati in tempo reale sul web, a negare la progettualità. Allo stesso modo viene reclamata visibilità, non c’è spazio per le “minoranze”, se non: 1) baciate dalla fortuna; b) sostenute da politiche culturali; c) autosostenute; d) accompagnate da un’immagine in linea coi tempi. Discorso appena a parte per il cinema, perché il grande schermo suscita ancora un certo fascino e dunque “vende”. Non ho fin qui conosciuto invece artisti visivi estranei ad un ceto medio alto e tali da non avere un secondo mestiere o da accettare commissioni puramente “artificiose”, poi anche qui ci sono casi fortunati a priori. Stiamo parlando di una cultura che fino agli anni ’80 (e in parte fino ai ’90) è stata al centro dell’attenzione globale per la sua letteratura, il suo cinema, la sua musica (classica e jazz almeno), le arti visive, plastiche e architettoniche, tutte con voglia e possibilità economica di rischiare. Io stesso ho avuto denaro per formarmi culturalmente e lavorativamente (poco sulla base della nostra cultura, ma tantissimo rispetto ad altre). L’ho in parte guadagnato, in parte ricevuto dai miei genitori che mi hanno chiesto di ottenere il massimo risultato negli studi, ma che poi non hanno voluto attingere al mio bagaglio acquisito e su mancanza di riscontro televisivo (mai cercato), hanno rinnegato il mio valore e anche quello dei percorsi da me fatti, beandosi della prima bagascia di turno, perché “sulla bocca di tutti!”. A loro voglio bene e riconosco di essere un succhiasangue, ma anche uno di quelli non legittimato ad esserlo. Un vero criminale e come per tutti i crimini, il mio cerchio si sta stringendo assai stretto attorno al collo. Il respiro di una certa specie di creativi e tali presunti non è tale da far riferimento alla sola Italia, per carità, è una situazione globale per quanto il Nord Europa (e parte del Centro), alcune aree degli USA, il Canada, il Giappone, continuino a proporre cose d’interesse, seppur per una elite. L’interesse dei più giovani nei riguardi della ricerca sfiora il nulla. Le nuove leve intendono l’arte come un mestiere, lo vivono con fatica e nell’ottica di favorirsi un guadagno e subito, adeguandosi a quello che c’è, in alternativa si dedicano ad altro. Lo chiamano “senso di realtà”, quello stesso per cui, notoriamente amiamo Caravaggio, Dalì, Picasso, Van Gogh. In breve il peso economico di un individuo, artistico o no che esso sia, vive una corrispondenza stretta col proprio valore “tout court” e dunque umano e culturale. Madonna è dunque artisticamente infinitamente più grande di Tim Buckley e Nico, ma anche più grande di Pierre Boulez, Stravinsky. Anche per questo nessuno rinuncia alla definizione “artista”, anche se non solo non è in grado di proporre almeno una solida individualità, ma non ha neanche i mezzi per risultare minimamente credibile. Le intelligenze sono sì plurime ma proprio per questo un geniale addetto al marketing della propria immagine non è necessariamente un bravo cantante, ballerino attore. Invece no, anche e soprattutto gli imprenditori possono fare i politici, perché tutti vorrebbero i loro soldi, la loro furbizia, le loro donne, le loro case, i loro capelli finti e tutti (o quasi) si renderebbero loro gregari. I Paesi che ho citato (il “nuovo” Giappone incluso), fanno riferimento alla cultura Occidentale, quella che ormai pende verso il rifiuto dell’altro da sé, del “diverso” e cosa è l’arte sui libri di storia se non il frutto di qualcosa di distinguibile a priori pur nella sua alterità? Quella che sarà riscritta su libri di storia nuovi. C’è fame di scaricare sugli altri le proprie frustrazioni e lo si fa in qualità di ricercatori scientifici tornando ad additare le persone di colore come “inferiori per DNA”, avviando restrizioni nei riguardi del genere femminile e del femminino in genere (l’omosessualità in Cecenia è punita con tortura e morte in lager e l’Italia non ne parla). I bambini al confine tra USA e Messico hanno pelle marchiata a numero. Ancora nel nostro amato Paese abbiamo un tale “vice-premier” che coltiva il culto feticista delle divise, manco ad aver ricevuto un trauma infantile ad opere dei Village People e se pure chi l’ha preceduto non ha fatto né molto meglio, né molto peggio, alcuni messaggi culturali violenti ora in voga sono facile presa per bassi istinti di chi si vive e giustifica gregario per scelta. La situazione in Brasile è sconcertante. È inutile continuare con questo elenco di “ricorsi storici” che si stanno alimentando vicendevolmente alla velocità della luce e che trovano l’appoggio degli “ultimi della classe”, chi coltiva vuoti interiori a cui non ha mai saputo dare nome, un nome che facilmente si traduce in odio, dove non ben accetto non manifesto, dove accolto galoppante. Si ha una gran paura dei popoli che sono stati fin qui sottomessi economicamente (ma foraggiati d’armi). Questi popoli hanno una loro cultura che non figura nei nostri libri di storia e naturalmente loro insorgono, noi legalizziamo le armi in casa per “legittima difesa” e chiudiamo porti dicendo che il soccorso non è un dovere a priori, ma una cosa da studiare in una cena politica e con tagliatelle mostrate sui social con sorriso soddisfatto, al mattino di 117 morti nel Mediterraneo. Pasti foraggiati anche da chi soldi per mangiare non ne ha. La tolleranza è solo un piccolo compromesso “finto civile”, quando l’odio diventa legale gli argini si rompono. L’unica salvezza dell’uomo è il culto della bellezza non artificiosa, cosa che contempla accettazione dell’altro in tutte le sue rughe e sfumature, intese come risorsa e possibilità di crescita, ma a noi le rughe fanno proprio schifo. A quanto pare invece bisogna rompersi le ginocchia per bene per ritornare a rialzarci e su quali basi non ci è dato saperlo. Questo è segno di enorme idiozia e pochezza di spirito. Resisteranno all’urto degli eventi socio-culturali, di una storia/una scienza/una cultura tutta che si sta riscrivendo integralmente, gente come Burri, Bacon, Celine, Moresco, Jarman, Visconti, Messiaen, Ligeti, Romitelli, Coltrane, Zappa, David Tibet, Michael Gira, Scott Walker, Wyatt, Zorn, Mark Hollis, Fripp, Hammill, John Cale, Tim e Jeff Buckley, Captain Beefheart, i Popol Vuh, i Dead Can Dance, Nick Cave, Mats Gustafsson, Ornette Coleman, Derek Bailey…? La storia è non solo frutto di documenti, ma anche idea assai debole perché facile preda di retroflessioni di significati. Troppe cose poi vengono scoperte dopo e forse. È facile manomettere qualsiasi cosa, anche quando gli occhi delle persone che sono sul ciglio di morte non lasciano spazio ad ombra di dubbio. Il cinismo è in grado di accecare. Siamo degli animali per protezione, tendenti ad abbandonare la vista e con una discreta dose di autolesionismo connaturata, che si sia figli  elettivi degli istinti, dello spirito, della mente. Internet potrebbe essere un mezzo se la vita dell’individuo fosse davvero “vissuta”, ma si sta sostituendo alla vita reale e dunque è IL male. È anche chiaro che non è contemplato quel fatidico crollo della “rete” mondiale al fine di generare un disastro globale e cancellare gran parte delle tracce della nostra “unica e incontrovertibile” realtà Occidentale. Le “reti” sono altre e di natura economica, frutto di una guerra in atto da sempre e i cui destini si stanno incrociando assai pericolosamente. Di alcune civiltà poco e nulla sappiamo e basta un documento ritrovato per rimettere in discussione le loro e nostre fondamenta. Siamo in uno Stato dove i suoi massimi rappresentanti chiedono ai magistrati di distruggere le prove di trattative con le Mafie. Che ci si estingua noi come i dinosauri e che qualcuno qualche milione di anni dopo possa mettere in dubbio la nostra stessa esistenza? Ad ogni modo, finché ci sarà energia ci sarà creazione e la storia della creazione è dalla nostra mente recepita per passi rivoluzionari, non di stasi. Bisogna rieducarsi al coraggio, alla capacità di dire “no” assumendosene le responsabilità e per principio, non per capriccio. Qui invece si continuano a coltivare orticelli piccoli piccoli a confondere le parole “anarchia” / “qualunquismo” e torna in voga il borghesissimo nichilismo di certo punk, figlio di un’estrema destra, mai più viva di oggi. Per pochi sono iniziati i tempi di una dura opposizione a barbarie, per molti, il consueto accomodamento d’interesse. Quando qualcuno verrà a bussare alla vostra/mia porta e ci porterà via senza fornire motivo alcuno, capiremo davvero che siamo tutti “l’altro da noi stessi”. Ciò che più temiamo è il viaggio, lo esorcizziamo chiamando a gran voce la sola meta. Lo temiamo anche, perché se pur siamo in grado di riconoscerlo, abbiamo paura di chi ci traghetta, Caronte o scafista che sia. Basterebbe figurarsi alla guida della nave, per superare le nostre fobie.

Tutte queste parole sono mostruosamente inutili. Nel compilare questa intervista ne ho rilette di passate e le ho trovate belle e ingenue ai miei esordi di attenzione, poi supponenti, dopo ancora cariche di livore. Rileggendo questa ho scelto di percepirmi ancora più consapevole e mi sento noioso (del resto siamo abituati a chi racconta barzellette per raccogliere consenso); mi leggo con esposizione di sequenze, a tratti confusa, ad altri limpidissima. In queste quartine rimescolate ci sono io, comunque e sarò felice di rileggermi in futuro. Conservo gelosamente le lettere a Claudio bambino e Claudio adulto, compilate durante la mia formazione in musicoterapia, nel laboratorio di psicomotricità di Manuela Baillard.

Credo solo la vita di un individuo nel suo complesso non abbia prezzo, a prescindere, se si ha lucidità per poterla raccontare, se si hanno sensi per coglierla comunque.

Ovviamente spero sia solo “delirio” e che i morti per mare siano solo “circo mediatico”, come la shoah “un’invenzione”. Io mi sento di dire che “legittimate olocausti” a chi questo non vuole sentirlo, perché a dire “legittimiamo” dovrei intendermi armato non di parole e suoni, essere considerato “un folle” e eleggere a Santo qualche imbecille. Imbecille lo sono anch’io e anche di più, perché non riesco ad escogitare un piano sufficientemente intelligente per agire.

HP: La tua musica contiene in sé teatro, visione, scrittura, performance e volumetria plastica. Qual è la dimensione che privilegi o che ti vede più a tuo agio?

C.M.: In questo preciso momento la spazialità (volumetria plastica in musica, per risponderti, assai più che il colore dei dischi precedenti) è cosa che più mi affascina, la ridefinizione dello spazio in musica, altera la percezione stessa del tempo. Ovviamente è questa cosa che mi mette in discussione e dunque mi mette “a disagio”, il che è solo un bene. Su questo sto lavorando, in quanto punto d’urgenza. Non si è mai esseri “completamente risolti”, nessun percorso è mai concluso e le più belle storie sono quelle che hanno l’intuizione migliore al loro termine.

HP: L’anno è appena cominciato e la domanda d’obbligo è: ci sono nuovi progetti all’orizzonte?

C.M.: Conto di pubblicare il primo volume di “INCIDENTI” entro la fine del 2019, affermarlo con vigore è già mettere una causa positiva. Ho bisogno di un lavoro per finanziarlo e non solo per quello.

HP: Affermarlo con vigore è più di una semplice promessa! Il tuo 2019 si prospetta pieno di impegni positivi. A questo punto non resta che salutarci augurandoti buon lavoro. Un abbraccio e… a presto!

C.M.: Un’idea personale, tenete chiaro un obiettivo come ad essere aquile in volo che già sanno di averlo conseguito e abbiate cura del percorso che fate nel frattempo, perché è nell’essere consapevoli del proprio presente che si individuano i giusti passi per una vittoria. Se si riesce ad essere determinati e gioiosi nel cammino, indipendentemente da come il vento spira, il percorso si accorcia in un baleno. Che sia un anno per conseguire quanto non abbiamo il coraggio di chiedere a noi stessi, nel rispetto degli altri e di tutto. Buon viaggio!

 

Photo credit: Jacopo Naddeo ©

 

About Antonio Menichella

Antonio Menichella
Ideatore, membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è docente di disegno e storia dell'arte, artista visivo e grafico. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, stoner, desert rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano, space rock, krautrock, zeuhl, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, prog folk, prog metal, neoprogressive, hard rock, post-rock, musica sperimentale e molto altro.

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