La persecuzione religiosa è in aumento. Fare qualcosa è possibile (e necessario)

Millenni di progressi non sono stati sufficienti per rilassarsi tensioni religiose nel mondo. Al contrario, negli ultimi cinque anni, discriminazione, maltrattamenti e privazione dei diritti fondamentali sulla base del culto ha registrato un aumento esponenziale a tutte le latitudini.

Un bagliore bagnato nel sangue delle minoranze, in un’escalation incontrollabile di violenza che ha portato – oltre a innumerevoli episodi discriminatori – a due genocidi, tra cui il massacro della comunità islamica Rohingya perpetrato dagli eserciti del Myanmar nel 2016.

Anche l’ondata pandemica di quest’anno, che è riuscita anche a congelare la maggior parte dell’attività economica, non è riuscita ad arginare la repressione: in alcuni casi, la crisi sanitaria è stata addirittura utilizzata per accentuare l’inasprimento, con la Cina che la scorsa primavera ha raso al suolo diverse chiese cristiane e ha accelerato la deportazione di uiguri, un gruppo etnico di lingua turca, nei campi di rieducazione.

Non è più il momento di tacere: Money.it ha deciso di supportare Aiuti alla Chiesa che Soffre ONLUS, fondazione pontificia che realizza più di 5.300 progetti umanitari e pastorali all’anno in 148 Paesi del mondo.

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Poi, il regno del terrore di Daesh in Iraq, l’ateismo di stato (intollerante) della Corea del Nord, i negativi scoraggianti dell’Eritrea, dove la libertà di culto è soffocata dal regime di Afewerki: un’immagine cupa che inoltre è in costante deterioramento.

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Negli ultimi anni, le voci delle organizzazioni internazionali e delle ONG si sono spesso alzate in difesa delle minoranze che sono state abusate, massacrate e private dei loro diritti fondamentali, ma la ruota repressiva continua a girare senza sosta.

Persecuzione religiosa: l’Isis continua a minacciare le minoranze in Siria

Per anni il Siria era una sorta di paradiso per gli sfortunati profughi iracheni, ma la guerra civile e la conseguente crisi umanitaria hanno mescolato le carte in tavola. L’UCIRF – Commissione americana per la libertà religiosa internazionale – ha riconosciuto il sostanziale miglioramento della condizione delle minoranze nel Paese, ma in alcuni territori continua a regnare la legge del califfato.

Oltre all’ISIS, i raid del gruppo terroristico salafita Hay’at Tahrir al-Sham (HTR) nella provincia di Idblid, dove quotidianamente vengono segnalate manovre repressive contro le minoranze.

Boko Haram e Bloody Christmas in Nigeria

La vigilia di Natale, le milizie di Boko Haram, un’organizzazione terroristica jihadista, hanno attaccato una chiesa nel nord-est di Nigeria, uccidendo dodici fedeli e rapendone altri sette, compreso il sacerdote.

Quest’ultimo attacco alla comunità cristiana di Garkida si aggiunge a a una lunga serie di barbarie che negli ultimi anni hanno devastato il Paese. La Nigeria è divisa quasi equamente tra musulmani e cristiani, ma la violenza continua ad essere perpetrata esclusivamente a danno di questi ultimi.

L’UCIRF, in uno dei suoi ultimi rapporti, ha cercato di definire il volume degli atti di ostilità avvenuti in Nigeria per mano di Boko Haram: secondo l’organizzazione, dal 2009 il gruppo terroristico è stato responsabile della deportazione di quasi due milioni di persone e il massacro di intere comunità, un orribile risultato finale favorito dalla corruzione e dalla diffusa incompetenza delle istituzioni nigeriane.

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In Pakistan, la violenza privata è fuori controllo

In questa mappa degli orrori, il file Pakistan, un alleato di lunga data degli Stati Uniti. Sebbene il governo di Islamabad stia di fatto contribuendo al deterioramento delle condizioni di vita delle minoranze religiose nel Paese – le leggi contro la blasfemia e il movimento musulmano Ahmadiyya sono state inasprite – è la violenza privata che è ormai largamente fuori controllo.

Tra le vittime, spesso si rivelano giovani donne appartenenti alle comunità cristiane, indù e sikh: Secondo le stime più recenti, più di mille vengono rapiti ogni anno e costretti a convertirsi all’Islam.

Tutto questo, anche in questo caso, nel silenzio complice delle istituzioni. Le organizzazioni internazionali, infatti, vedono nella polizia che opera nelle regioni vicino al Punjab e al Sindth la degenerazione del potere pakistano, troppo spesso cieco davanti alla barbarie che si verifica sulla costa orientale del Paese.

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