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Moretti, Raoul – IsolaMenti

RAOUL MORETTI

IsolaMenti (2019)

FonoBisanzio Records / IRD Distribution

 

Recensione a cura di Claudio Milano

Il 22 marzo 2019, a tre anni da “Harpness“, l’arpista italo-svizzero Raoul Moretti pubblica per la FonoBisanzio Records il suo terzo lavoro in studio, IsolaMenti. L’album vede coinvolti anche Michele Gazich (viola in “Fluire”), Giuseppe Joe Murgia (sax soprano in “Emersioni”), Julia Kent (violoncello ed elettronica in “Qui Dentro”), Marco Bianchi (vibrafono e marimba in “Fragili Squilibri”) e Beppe Dettori (voce in “Identità”).

Cosa emerge da questi IsolaMenti e dalla loro paronomasia? L’isola è la Sardegna, luogo in cui Raoul vive; la mente è segno di guida salda e costante, visualizzazione di obiettivo che già percepisce con certezza il conseguimento, come un dardo scoccato con cognizione di causa (ma aggiungerei, anche con livida rabbia); l’isolamento in toto è segnale di ricercata maturazione interiore, spirituale e mossa da atti concreti, suonare, ma attingendo alla propria natura più profonda, come se il suono stesso fosse rivelazione a chi lo offre.

Quello che ci viene dato in qualità di manifestazione illuminata, dicevo, è un profondo stato di grazia-sintesi matura, accompagnato ad altrettanta emotività.

La produzione è immacolata e il tutto suona essenziale quanto diretto. Un flusso d’ascolto cinematico che non può essere raccontato senza l’analisi dei capitoli singoli, pena l’esclusione di passi essenziali di un racconto che è unicum ma pari a tante sfaccettature di importanza estrema.

Guai a non prestare attenzione! Questo è disco che attenzione reclama, ma che al tempo stesso attraversa senza chieder troppo dazio.

Di contro, tantissimo restituisce. Ciò è frutto alchemico che non richiede “studio”, non è cosa “difficile”, anzi! Moretti urla e richiama bisogno d’ascolto, ma la sua musica è già presente. Lo è in centinaia di concerti portati in Asia, Oceania, Americhe tutte, Europa, lo è in qualità di “archetipo” che si manifesta in modo nuovo ma senza suonare mai fastidioso o provocatorio, cose tanto care alle cosiddette “avanguardie”. Lo è perché in esse il “dono universale” si recepisce “a pelle”.

Alchimia è sapere a cui in pochi possono accedere, che può essere condiviso ma che mai mostra senso di compassione, perché la sua condivisione vorrebbe dire perdere qualcosa (un qualcosa che spesso si rivela davvero “misero” in fin dei conti, pur nel suo fascino misterico – come per le “luminescenti” perché massoniche e/o spesso mafiose cattedre accademiche, giusto per fare un esempio).

Raoul non ha paura di perdere alcunché, si manifesta come chi non ha niente da perdere, solo da dare, ma senza rinunciare a sé.

Una musica che attraversa, mai stucchevole, mai sopra le righe, mai irrisolta, mai banale.

Eppure io non credo Raoul “cercasse” questo, lui suona e vive. Punto.

Nel Fluire è un gioiello sinestetico, fatto di suoni che smembrano le armoniche dell’arpa ad esaltarne l’essenza liquescente. La viola di Michele Gazich aggiunge loro un’enfasi profondamente umana, struggente.

Il tutto contribuisce a favorire un ideale “intramediale” del suono, evidente nelle bellissime geometrie di fiati (Giuseppe Joe Murgia) in Emersioni. Le emozioni rimangono sempre ad un ciglio dall’esplodere in luce quanto in ombra, come ad esprimere un clinico osservare la realtà in maniera pensosa.

Lib(e)rando riesce a creare con l’elettronica applicata allo strumento, l’onirico più florido dei corrieri cosmici tedeschi. “In Der Garten Pharaos” è dietro l’angolo, ma come esperienza metabolizzata e resa in una modalità estremamente personale che fa del brano un autentico gioiello tra minimalismo storico ed imponenza. Memorabile e tale da far capire il perché Moretti possa essere inteso in qualità di inventore assoluto di tavolozze feconde, persino maestose, applicate al suo strumento, le cui corde agiscono al pari di un’orchestra estesa in chiave contemporanea.

La brevissima Là Fuori, incontra un cantabile d’arpa associato ad una linea in cui lo stesso strumento disegna una fittissima trama ritmica kraut, minimale nel senso più nobile del termine, perché reiterata a non lesinare continue micro-varianti. Un viaggio siderale chiuso da glaciali riverberi ambientali. Pure rock, peraltro associato ai suoni della cassa percossa dello strumento, di grande effetto.

Qui Dentro, vede la partecipazione di Julia Kent a trame di violoncello assai evocative e il duo, disegna traiettorie di suono su una tela pari ad un astrattismo à la Kandinsky e qui di “spirituale a farsi arte” c’è molto, una materia densa e pulsante che rimanda al nero contrito del disco che Moretti rilasciò nel 2016, il magnifico tuffo nel vuoto di nome “Harpness“. È il brano in questione, una sorta di fuga di amanti a cercarsi e mai incontrarsi. Un momento non parco di struggimento, esposto sonico altamente empatico. Per quanto il sistema armonico tonale (modale a tratti), sia struttura portante, ci sono fantasmi in musica a fuggire da un canale all’altro e a spezzare in dissonanza le trame del pentagramma, non fitte ma come “affocate” in un gioco di rimandi della memoria, come a voler trascendere spazio e tempo per affermare con certezza “tutto tutti abbiamo attraversato e tutti tutto attraversiamo e attraverseremo”. Questo attraversamento però è frutto dell’assenza di gioia nel percorso, il che provoca in chi ascolta un senso di lutto non elaborato.

Un archetto accarezza come una lama le corde dell’arpa in Vie di Fuga. Una progressione minimale (non un banale loop) dalle micro-variazioni armoniche, intesse un substrato armonico-melodico sul quale si sviluppa un’apparente linea di canto, dico apparente, perché qui, come in ogni solco di questo disco, tutto “canta” ed è “voce a sé”. Non solo, l’elettronica si fa collante ansiogeno, quasi una sorta di mantra di armonici a dare colore significante che è voce di polifonia ulteriore, in chiave contemporanea. Questo è il disco in questione (così come era il precedente, almeno), “musica contemporanea”, senza genere alcuno e il fatto che sia uno strumento unico a tratteggiarlo (peraltro strumento che continua ad avere accezione assai antica, come se il legame tra esso e tradizione fosse cosa imprescindibile), è cosa che ha dell’unico.

Si perché laddove svecchiamento è stato cercato attraverso il verbo new age, a malcelare presunti limiti, qui Moretti sembra non solo di limiti non averne, ma di averli lasciati alle spalle quasi al pari di paramenti funebri, trasformati in un giardino rigoglioso.

In Paradiso perduto, anticipata da un esposto (qui il loop su cui il racconto d’arpa c’è e diviene confessione), la materia si fa così intima da strappare la pelle. Dura un attimo, ma come la quasi totalità delle tracce del disco (e qui è la sua grandezza), sembra durare una vita e più d’una… il senso di “attraversamento”, lontano da logiche ma non “astratto” e retorico, è crudamente vivo.

Un’ondata massiva di calore è la caratteristica principe di Connessioni, interamente gestita su micro-mutazioni di un loop pari ad umore acquoso. Su di esso si innestano suoni eterei a tracciare una melodia in brevissimi appoggi/fantasmi. Una sorta di sogno/apparizione/aura. Una materia comunque densa, pulsante, organica, dagli esiti più che semplicemente “moderni”. In questi pochi minuti si innesta l’intero andamento sinusoidale del Ben Frost di “Aurora”. L’essenza della luce.

E(s)senza, ovvero la “voce della natura nell’animo dell’uomo” (L’Es freudiano) evocata in quanto “assente essenza”, si manifesta in origine come un magma materico nero pece, manco una plastica bruciata di Burri. L’arpa è impiegata spesso attraverso le sue meccaniche (battuta con spazzole?), rese loop e suono generato in tempo reale. L’esito è però ben diverso da quello dei padri che hanno fatto dell’estremizzazione dello strumento capace di produrre suono quanto rumore (mi vengono in mente la chitarra di Fred Frith, i sassofoni di Mats Gustafsson su “Hydros One” e quelli di Peter Brotzmann in “Machine Gun”, Colin Stetson) la loro poetica. Qui l’esito è piacevole, orchestrale. Lontano dalla frammentazione del linguaggio, l’ordito si sviluppa pian piano attraverso un ordine sinfonico, fatto via via di suoni sempre più siderali. In un solo minuto si organizza una tela della quale l’occhio sembra non poter cogliere dimensione alcuna. La resa si sedimenta attraverso un sublime romantico, non suggerito ma strabordante!

Mondo Ritrovato, ricorre da subito a manipolazione (nel senso di regolazione del suono attraverso manopole), ma il dispiegamento minimale di trame di un’arpa resa cristallina, associato a suoni più densi e poi via via a ritmiche, organizza una sorta di cosmogonia ancestrale. Deve essere davvero bello il cielo di notte in Sardegna, al pari degli abissi del suo mare. Un incanto che ancora una volta distribuisce i suoi elementi come in un mosaico. Il ritorno di una manipolazione pari a cesoia nella parte finale lascia un senso di smarrimento e anche di amaro, dopo tanta meraviglia.

Fragili Squilibri si muove su masse di suono trasversali, appena lumeggiate da suoni cristallini prima e poi da frequenze centrali pari a quelle di una chitarra e di una voce d’arpa più autorevole. La percezione è sempre pittorica e relativa a scenari ampi, nonostante ogni brano abbia la durata di un bozzetto ma la sostanza di un poema.

Identità mostra chiaro “il tocco” di Raoul. Un pizzicato possente, capace di gestire lo strumento in linee armonicamente complesse, cariche di sospensioni e cromatismi. Un tessuto ricchissimo e fluido che qui rinuncia all’elettronica tout court per incontrare la sua composizione per strumento più bella di sempre. Una composizione che si sfrangia in mille medusee, olofoniche identità di sé, alla soglia del terzo minuto. Compare anche la voce umana, quella di Beppe Dettori. Una voce di gran carattere popolare, ma non estranea al jazz, dal timbro verace, pastoso, potente e duttile. Il canto è impiegato in vocalizzi di grandissime eleganza ed evocatività.

Sola-mente è un drone che si muove come rumore subacqueo graffiato da pizzicati nervosissimi. Un crescendo in solvenza a generare un senso d’inquieta maestà, quella di una natura che viene a chiedere ragione di sé, della sua bellezza e della sua potenza, che incontrollabile pare, tanto e più dei moti dello spirito.

Quella di Moretti è un’arte semplice e complessa al tempo stesso, volendo, anche “semplicissima e complessissima”. Le sue prove su disco sono tutte degne di nota, se “Harpscapes” si affacciava alla pubblicazione con freschezza d’ingegno; “Harpness” era frutto di un percorso di ricerca interiore che faceva i conti con la catarsi di una violenza sadica e masochista al contempo, manifestazione (che è già primo passo del superamento) di un lato oscuro fatto anche di profonda rabbia; IsolaMenti si caratterizza per maturità, equilibrio e perfetto dosaggio di ogni singolo elemento. Una resa formale perfetta che non rinuncia però all’emozione, anzi la restituisce “ripulita” a chi l’ascolta in qualità di maturazione di un percorso di vita interiore importante.

Il solo viaggio, qui affrontato con fede cieca e immutata nel suono, è già vittoria e questo è un parto vincente che merita d’essere affrontato senza indugio perché, come detto, non chiede troppo ma restituisce molto: l’inedito.

Questo, è un capolavoro.

Per maggiori info: Raoul Moretti

Per ascoltare l’album: Spotify

About Antonio Menichella

Antonio Menichella
Ideatore, membro fondatore e redattore di HamelinProg.com, è docente di disegno e storia dell'arte, artista visivo e grafico. Appassionato di rock psichedelico, acid rock, stoner, desert rock, neopsichedelia, progressive rock, rock progressivo italiano, space rock, krautrock, zeuhl, scuola di Canterbury, avant-prog, rock sinfonico, jazz rock, prog folk, prog metal, neoprogressive, hard rock, post-rock, musica sperimentale e molto altro.

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