Così in quattro mesi di politica estera Draghi si è imposto ai populisti – Corriere.it

Fino alla scorsa legislatura, l’ancoraggio dell’Italia all’europeismo e all’atlantismo non era una novità. Se lo avesse fatto, se Draghi avesse dovuto riaffermare la fedeltà del Paese all’Unione e al Patto, perché negli anni della trazione populista i tradizionali parametri di riferimento erano saltati: Salvini si è detto meglio a Mosca che a Parigi o Berlino. Venezuela, e Conte – in qualità di primo ministro del governo gialloverde – hanno firmato l’accordo con la Cina sulla Via della Seta vantandosi di far parte del popolo, come dice anche Trump. Una doppia linea mai rinnegata, peraltro rivendicata nel suo ultimo discorso da presidente del Consiglio. Era il 21 gennaio e Conte in emiciclo teorizzava la somiglianza dell’Italia con Stati Uniti e Cina: il capo delegazione di padre Franceschini e il ministro della Difesa Guerini dovettero intervenire per costringerlo a cambiare registro al Senato e obbligarlo a Salutiamo l’adesione alla Casa Bianca di Biden, che aveva appena prestato giuramento il giorno prima.

ovvio allora come in quattro mesi in politica estera la discontinuità maggiore tra Draghi e il suo predecessore. E il ritorno all’ortodossia, declinato su nuove basi, obbliga (quasi) tutti i partiti a riposizionarsi. Oggi, ad esempio, Salvini non parla più di Putin. Sta tenendo una videoconferenza con l’ex braccio destro di Trump, Giuliani, perché – nella tradizione del nostro premier – specifica che i rapporti tra Italia e Stati Uniti rimarranno ottimi a prescindere dal colore dell’amministrazione americana. Non è chiaro se il cambiamento sia spinto da convinzione o per convenienza, ma c’è più di un motivo – secondo il direttore degli Esteri Lega Fontana – per sostenere la linea del presidente del Consiglio, che ci ha sorpreso positivamente: la Germania parte con logica; sulla Turchia dice cose a cui possiamo solo pensare; nel Mediterraneo si muove per garantire la perduta centralità dell’Italia….

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A destra anche la Trumpiana Meloni ha ovviamente cambiato rotta, prima presentando una mozione parlamentare che abbraccia la dottrina economica di Biden sulla tassazione delle imprese, e poi applaudendo la linea dura del vicepresidente Harris sull’immigrazione. E Berlusconi, che non si è mai mosso dalla sponda atlantica nonostante i suoi rapporti con l’amico Vladimir, si ricorda finalmente che da anni gli ripeto senza sentirlo quanto la Cina sia una minaccia per noi. Si riconosce quindi nell’azione del Presidente del Consiglio, al quale il Tempo finanziario gli ha appena dedicato un articolo, spiegando nel dettaglio come ha agito per evitare che Dragon mettesse le mani su aziende italiane ritenute strategiche. Alcuni gesti restano riservati, altri sono amplificati dai media. Ad aprile, l’arresto dell’ufficiale di marina Biot – accusato di spionaggio per Mosca – è stato notificato con grande importanza proprio per lanciare un monito a Putin, come suggerisce Guerini.

Non è un caso che ci sia una forte sintonia tra il presidente del Consiglio e il titolare della difesa, ribattezzato Ministro dello Stato Profondo, che interpreta la linea più atlantista del Pd. È qui che un’area è ancora legata a certi vecchi riferimenti, come spiega un esponente autoritario che durante l’era del governo Conte denunciò la presenza di un partito cinese, molto influente su Palazzo Chigi. Colpisce allora un discorso pronunciato da D’Alema al Forum Eurasiatico: L’Occidente è una grande potenza che vive una vecchiaia risentita, ostile al resto del mondo. In Russia, Iran, Turchia, Cina. L’elogio dell’ex premier per il Cpc dell’altro giorno è accompagnato da quanto ha sostenuto al Forum: l’Europa ha un ruolo nei rapporti con gli Stati Uniti, rappresentando un territorio dove legalmente prevalgono cultura, diplomazia e tradizione. Mentre gli americani si sono sempre presentati forti della loro supremazia militare.

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Sono finiti i giorni in cui chiamava Condi Il segretario di Stato di George W. Bush, D’Alema, sembra ora esercitare una forte influenza ideologica su Grillo e su alcuni dei suoi sostenitori. Ieri Cinquestelle Petrocelli, presidente della Commissione Esteri del Senato, ha mostrato il suo stigma filo-cinese in un’intervista a Repubblica, chiarendo che il modello comunista di Pechino è accettato da un miliardo di persone. La Lega gli ha chiesto di dimettersi. Il Pd gli ha chiesto di stare più attento per stare più attento. Di Maio non gli chiese nulla, anche se da tempo aveva ripudiato il Supremo Conte e abbandonato il conte al suo destino. Convertito all’europeismo e all’atlantismo, il leader della Farnesina ha memorizzato la dottrina di Draghi: Perché la nostra politica estera – ha precisato il presidente del Consiglio – non può limitarsi a questi due principi. Deve anche tutelare l’interesse nazionale. Concetto che pesa ancora da parte del Pd.

17 giugno 2021 (modificato il 17 giugno 2021 | 23:05)

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