Egitto, le condanne a morte non si fermano: altre 12 approvate dalla Corte suprema, sono già 42 dall’inizio del 2021

Il bastone e la carota, il esecuzioni sommarie dopo il solito vento di perdono per accompagnare il periodo di festività islamiche. Il regime egiziano riprende la strada dell’eliminazione di ogni traccia di opposizione. Chiudi la cella e getta la chiave, io prigionieri politici e prigionieri di coscienza e manda la morte tutti i membri e sostenitori del fratelli Musulmani, il gruppo politico radicale considerato il nemico pubblico numero uno. A prescindere dai ricorsi e dalle condanne di un cartello di organizzazioni in lotta per il riconoscimento di diritti umani e civili, il Cairo preparando a mandare gli altri al patibolo 12 condannati a morte per i fatti di Raba’a al-Adawyya, città di Nasr, a est del Cairo, nell’agosto 2013.

Il boia torna in azione per queste esecuzioni dopo la condanna pronunciata nel 2018: “Condanniamo la sentenza della Corte di Cassazione del 14 giugno per quanto accaduto in piazza Raba’a e chiediamo un moratoria sulla pena capitale in Egitto – si legge nel documento pubblicato e firmato ieri sera da nove organizzazioni egiziane (Cairo Institute for Human Rights Studies, Association for Freedom of Thought and Expression, Arab Network for Human Rights Information man, Belady Center for Rights and Freedoms, Committee for Justice, El Nadeem Center for Torture Victims, Egyptian Initiative for Personal Rights, Egyptian Front for Human Rights, The Freedom Initiative) – Ad aprile, altre nove persone sono state giustiziate e sono state eseguite condanne a morte ogni mese di questo 2021 dopo l’orrore dello scorso autunno , con 53 morti in ottobre. Sul processo di massa di Raba’a vanno riconsiderate le condanne, c’è verdetti da riscrivere, deve essere condotta un’indagine seria e credibile. Oltre al sangue di mille persone, ci sono pene per più di 700 detenuti sopravvissuti alla strage. Senza garanzie di giusto processo, la Corte di Cassazione ha emesso sentenze sulla base di scherzi al pubblico in sede penale”.

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Il ritmo imposto dal governo presidenziale Abdel Fattah al-Sissi nel misero primo semestre del 2021 è preoccupante. Abbiamo pensato che con ilescalation di impiccagioni registrato tra ottobre e novembre scorso, con 57 esecuzioni, il peggio era alle spalle. In effetti, la prima parte dell’anno in corso ha già visto più di 30 condanne a morte a cui vanno aggiunti i 12 appena firmati sul decreto promulgato dall’Alta Corte egiziana. Le condanne eseguite finora, ma forse il dato più preoccupante in Egitto sono le condanne a morte emesse. Secondo un rapporto pubblicato dall’ONG Eipr, lo stesso dove Patrick zaki lavorato a lungo prima di trasferirsi in Italia ad agosto 2019 per studiare all’Università di Bologna, sono 70 le condanne a morte emesse dal tribunale penale in attesa della promulgazione della cassazione tra marzo e maggio: 22 marzo, 24 aprile e 24 maggio.

In totale, nel 2021, le condanne a morte eseguite in Egitto sono state 107 (condanne ufficiali, Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani parlano di un numero ancora maggiore). Il Paese nordafricano è arrivato terzo nella poco raccomandabile classifica mondiale dietro Cina e Iran. Tra le condanne e le imminenti esecuzioni era prevista anche quella di Essam al-Arian, è morto in una cella del carcere di Tora il 13 agosto 2020. Lo storico leader dei Fratelli Musulmani e braccio destro dell’ex presidente Mohamed morsi, morto anche lui in un’udienza il 17 giugno di due anni fa.

Tornando alla storia recente e all’episodio che ha scatenato l’ondata repressiva del regime egiziano, assistiamo a un’anomalia. I fatti di piazza Raba’a risalgono al 14 agosto 2013. In quel giorno si è svolta una protesta dei Fratelli Musulmani contro il governo golpista di al-Sisi, insediatosi poche settimane fa. bagno di sangue. Il numero esatto delle vittime non è mai stato chiarito, secondo Human Rights Watch ce ne sono 817. A questi bisogna aggiungere il sono iniziati centinaia di arresti e procedimenti, che ora prevede ergastoli e condanne a morte. Questo tragico evento è alla base del più grande processo della storia egiziana e ha coinvolto più di 700 sospetti, molti dei quali sono già stati impiccati, mentre altri sono stati condannati all’ergastolo, alla detenzione e alla libertà vigilata. Nella lista dei 12 che presto saranno passibili di morte spiccano quattro nomi: due fratelli, Mohamed e Mustafa el-Farmawi, Ahmed Farouk Kamel e Haitham el-Arabi. Su di loro ci sarebbe un’anomalia sempre evidenziata dall’EIPR: “I quattro non sono stati arrestati per i fatti di Raba’a nell’agosto 2013 – spiega un funzionario della Ong cairota – ma per un episodio incruento avvenuto esattamente un mese prima , il 15 luglio 2013. Ciononostante, tutti e quattro sono sulla lista delle condanne a morte per gli eventi di Raba’a”.

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La storia dei fratelli al-Farmawi è esemplare: “Il giorno del loro arresto stavano salvando una persona e alla fine c’è stato un grosso malinteso – confida un giornalista del sito Registriamo attivo da tacchino e vicino alla Confraternita – Mohamed al-Farmawi fu anche vittima di scontri durante la rivoluzione del piazza Tahrir, nel gennaio 2011, quando è stato gravemente ferito dalla polizia. I due condannati a morte sono i figli del professore Abdel Hay al-Farmawi, capo del dipartimento di scienze coraniche delUniversità di al-Azhar”.

L’Eipr continua a rimanere nel mirino del regime egiziano dopo l’ondata di arresti a fine 2020 e la cancellazione dei vertici istituzionali. Le ultime notizie riguardano l’attuale CEO, Hossam Bahgat |, giornalista, da sempre in prima linea nella tutela dei diritti umani che, dopo gli arresti dei dirigenti, ha assunto la carica dirigenziale. Bahgat era stato convocato presso l’accusa del tribunale del Cairo per una nuova indagine penale. Alla vigilia della citazione tutte le accuse a suo carico sono state ritirate ed è stato lo stesso Bahgat ad annunciarlo. I fatti risalgono al dicembre 2020 ed erano collegati a un tweet in cui Bahgat criticava la commissione elettorale egiziana, compreso il presidente in carica. Questo è il terzo caso aperto contro di lui. In precedenza, nel 2016, era stato aperto un caso per un’accusa basata su un sospetto reato militare. C’è poi l’inchiesta del 2011 sui presunti fondi ricevuti dall’EIPR da fondi esteri. Entrambi i casi sono ancora aperti e ora se ne aggiunge un terzo. Ricordiamo che Hossam Bahgat è stato sottoposto a divieto di viaggiare fuori dal proprio paese e i suoi beni furono congelati.

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