Perché puoi dire “io me”

Come può essere influenzata la lingua? Molto spesso i grammatici registrano ciò che le persone dicono, scelgono una delle forme circolanti e decidono che dovrebbe diventare la norma. Funziona? A volte. Quello che di certo non funziona è imporre con la forza una regola che non appartiene al sistema, oppure forzare l’annullamento di una regola che è perfettamente naturale.

Non ci credi? Allora dimmi perché continuiamo a dirlo tutti per me il mio anche se la maestra ci ha detto che era sbagliato e che i vari trattati su come parlare correttamente, e spesso anche le grammatiche nobili, lo segnalano come un errore.

Il punto è che non c’è dubbio sulla lingua: c’è quello che la gente dice e quello che non dice. Se qualcuno dice qualcosa, è perché la lingua lo permette. Più facile di così! La lingua non ammetterà mai una regola secondo cui la negazione (il no) dovrebbe apparire come terza parola della frase. È una regola impossibile da acquisire per l’uomo, come ha dimostrato il famoso linguista Andrea Moro, e infatti nessuno la userà mai spontaneamente, in nessuna lingua.

Se viene detto qualcosa, la grammatica lo consente. Non c’è molto da aggiungere.

Salire per me il mio: è una forma così radicata nella grammatica italiana che ci sono persone che, per evitarla e non apparire ignoranti, commettono grossi errori. Non è raro sentire, infatti, ipercorrezioni del tipo per me non ha invitato, dove la me (che indica il complemento dell’oggetto e deve essere conservato in italiano) invece delun me (che non andrebbe con un verbo transitivo come invitare: mi ha invitato non fa parte del sistema italiano, sebbene sia una forma regionale ampiamente utilizzata).

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L’italiano è una lingua in cui tutto ciò che è dislocato, cioè evidenziato all’inizio della frase, deve poi essere ripetuto, o ripetuto, nella frase. Per fare un esempio, in italiano direi Non l’ho detto a Maria; Non ho visto Maria, e non *Non ho visto Maria (dove * indica una frase impossibile). Anche, pure Lo adoro segue la stessa regola. La ripetizione del dativo non è obbligatoria: possiamo dirla Non l’ho detto a Maria; la ripetizione dell’oggetto complemento è invece obbligatoria (La TV non l’ha accesa, e non *La TV non si è accesa). La ripetizione (o, in gergo tecnico, rinascita con il pronome) avviene anche con i complementi di luogo, locativi: Non sono mai stato a Roma, e con i partitivi: Te l’ho già detto.

Tutto ciò che viene evidenziato all’inizio di una frase viene quindi ripetuto nel corso della frase stessa, in italiano, siano essi oggetti diretti o indiretti, siano essi locativi o partitivi. Per il complemento all’oggetto questo recupero è obbligatorio, per gli altri complementi è facoltativo, ma la tendenza al linguaggio è la seguente; in gergo tecnico si chiama lussazione a sinistra con recupero del clitoride.

Adesso, per me il mio è una lussazione a sinistra con recupero del clitoride. A me è un modo per mettere in risalto il complemento dell’oggetto. Il una in questa costruzione non è quella del termine complemento di Telefona a Maria: è un segno di rilievo discorsivo. In altre parole, il file una serve a marcare la prominenza del me, che da solo all’inizio di una frase non può essere: *Io, non mi ha invitato non è una frase ben formata dell’italiano.

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Nel momento in cui creo questa dislocazione di un me Ho bisogno di un pronome di recupero, perché sto spostando un oggetto complemento il cui recupero, come abbiamo detto, è obbligatorio. Per me il mio è l’unico modo che la lingua italiana offre per evidenziare un pronome oggetto personale. Non ce ne sono altri.

In sintesi: in italiano, se voglio evidenziare un complemento di un oggetto facendolo apparire all’inizio di una frase e questo complemento di un oggetto è costituito solo da un pronome devo aggiungere un una. E poiché la dislocazione richiede una presa, devo aggiungere un altro pronome: me mio. Così forte è la necessità di aggiungere questo una che molti altoparlanti sacrificano il complemento di un oggetto reale, me, solo per non cancellarlo (ricorda *non mi ha invitato?).

Marcatura dell’oggetto mediante a una non è una regola che esiste solo in italiano: si trova più o meno ampiamente in molte altre lingue romanze. In italiano usiamo questo una solo con pronomi che compaiono all’inizio della frase: un me, un te, un noi, eccetera. Nelle varietà dell’Italia meridionale, il una appare ovunque con complementi di oggetti che si riferiscono a persone (oggetti animati): Ho visto Mariamolti diranno a sud di Roma, ma diranno anche Ho visto Maria; mi senti, ma anche Ascoltami.

Lo spagnolo ha una regola molto simile. Il catalano lo ha in contesti simili all’italiano (solo se l’oggetto è spostato o con pronomi). In breve: l’italiano non fa eccezione, è una lingua romanza, fa quello che fanno le altre lingue romanze e non c’è molto da proibire. Taggare l’oggetto in diversi contesti, tra gli altri, è molto comune nelle lingue del mondo: anche Hindi, Tamil, Ebraico, Turco, Farsi, Sakha (una lingua di Iacutia) lo fanno, Russo e molte altre lingue. È quindi un fenomeno linguistico comune.

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Ha senso imporre regole che non possono essere interiorizzate, che vanno contro la natura stessa delle lingue e del loro sistema interno? La risposta mi sembra ovvia. La lingua ha un proprio equilibrio, che l’intervento esterno può modificare solo se il sistema lo consente. La prescrizione linguistica, secondo la quale i grammatici stabiliscono che non si dice e che è vera, non ha senso.

Cercare di imporre regole dall’esterno non è solo sciocco: è inutile. La lingua è un sistema autonomo e poco influenzato. I linguisti (quasi tutti) lo sanno bene, e infatti studiano la lingua come un geologo studia la roccia: cercando di capirne la composizione, la sua classificazione in relazione a tutte le altre rocce, il suo equilibrio, la sua evoluzione. Senza intervenire. Mai.

Hai mai visto un geologo rimproverare una roccia per non avere la forma corretta? Se l’idea ti fa sorridere, ricorda quando qualcuno ti rimprovera per averlo detto per me il mio o non hai utilizzato il file piuttosto che.

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