test e laboratori inutilizzati, così l’Italia ignora la nuova variante

L’Italia ha un grosso problema con sequenziamento. E non solo perché a un anno dall’annuncio della sua costituzione da parte del Ministero della Salute, il Consorzio Italiano per la Genotipizzazione e Fenotipizzazione del Sars-CoV-2 è ancora bloccato (non sfruttando quindi la capacità dei laboratori della Penisola) ma anche perché sembriamo respingere le soluzioni più semplici già adottate da paesi che si sono rivelati molto più competenti di noi, come il Regno Unito e Danimarca. Ad esempio, utilizzando un’analisi di tamponi (identico a molti di quelli già utilizzati oggi in Italia) che è in grado di identificare la presenza della mutazione senza ulteriori complicazioni.

IL CONSORZIO

Andiamo con ordine. Durante Omicron si sta rapidamente diffondendo in Europa infatti, secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità (aggiornato al 6 dicembre) della Penisola, questo rappresenterebbe solo lo 0,19% dei casi. Un fatto che è stato tra i motivi per cui il Presidente del Consiglio Mario draghi giustificato l’introduzione dell’obbligo del tampone all’ingresso per i viaggiatori provenienti dai Paesi UE: “In Italia le infezioni da Omicron sono inferiori allo 0,2%, in d’altri Paesi la variante è molto diffusa, ad esempio in Danimarca, diffusa negli Stati Uniti Regno”.

Un fatto inattaccabile se, infatti, Danimarca e Regno Unito hanno “cercato” mutazioni molto più di noi. Negli ultimi 30 giorni sono stati rispettivamente sequenziati e inviati alla Genomic Data Sharing Platform (Gisaid) il 24,7% e il 12,5% del totale dei tamponi. Italia? Poco più dell’1%. Molto meno del 5% raccomandato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC). È quindi improbabile che lo 0,2% dei casi di Omicron “italiani” sia una stima vera. Basti pensare che ieri una città come Madrid ha annunciato di aver già registrato una prevalenza del 60%.
Le ragioni di questo ritardo, secondo vari esperti che lavorano nei laboratori che ora svolgono questa sorveglianza per conto dell’Iss, sono da ricercarsi principalmente in queste strutture. Non perché non stiano facendo abbastanza. Ma perché sono gli stessi che intervengono per dare una risposta ai tanti tamponi effettuati dall’Asl. “Bisogna decidere a cosa dare priorità – spiegano – Oggi bisogna dare risposte rapide ai test per ottenere il Green pass, è una necessità diagnostica. Il sequenziamento, invece, ha solo significato epidemiologico”. Tanto che ieri le sequenze Omicron caricate sulla piattaforma italiana ICoGen erano solo 55.

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Proprio per questo motivo, a gennaio 2020, si è pensato di creare il Consorzio (come già fatto nel Regno Unito) per costituire una rete alternativa già impegnata nella sanità regionale. “Non abbiamo invece una rete ben definita di laboratori che fanno capo a un unico istituto”, spiega Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia della Facoltà di Medicina e Chirurgia del Campus Bio-Medico di Roma. Il motivo, affermano i ricercatori dei laboratori “esclusi”, sarebbe dovuto al timore di un possibile indebolimento delle strutture regionali esistenti. Un’ipotesi che li avrebbe spinti a metterli da parte.

sto testando

Inoltre c’è il nodo dei respingenti. Per avere un quadro vero e preciso della situazione, il Regno Unito e la Danimarca utilizzano una tecnica chiamata “Sgtf”. Cioè, una capacità implicita di alcuni dei kit molecolari utilizzati dai laboratori di analisi per trovare positivi. In pratica, già di solito, questi tamponi identificano alcuni dei geni che compongono la struttura del virus (c’è il gene “S”, il gene “Rdrp”, il gene “E”, ecc.). Nel caso di Omicron, invece, il gene “S” è mutato e quindi non viene rilevato. Pertanto, si può presumere – con un’affidabilità leggermente inferiore rispetto al sequenziamento – che qualsiasi tampone analizzato che non lo mostri sia attribuibile a Omicron. Tutto questo va specificato, senza che sia necessario aumentare l’impegno dei laboratori (l’analisi è la stessa), per poter comunicare i risultati ogni 24 ore e non dover affrontare spese aggiuntive per i laboratori. perché sono già ampiamente utilizzati. utilizzati (in Italia ad esempio quelli Elitech o Seegene). Proprio come fanno i danesi e gli inglesi.

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